TEMI BIBLICI CONTROVERSI

In questa sezione affrontiamo alcune delle questioni più controverse del cristianesimo contemporaneo, mettendo a confronto interpretazioni diffuse e insegnamento biblico. Qui non troverai opinioni generiche, ma analisi bibliche mirate e fondate sulla Scrittura.

Gli articoli raccolti qui trattano temi dottrinali, ecclesiali ed escatologici che spesso generano divisione o confusione. L'intento non è alimentare lo scontro, ma esercitare discernimento alla luce della Parola di Dio.



PREDESTINAZIONE E LIBERO ARBITRIO: DIECI PUNTI PER COMPRENDERELA SALVEZZA

Lungi da noi la presunzione di smontare secoli di dibattito teologico sulla predestinazione secondo la Bibbia; tuttavia, per non risultare enciclopedici, saremo costretti a bypassare diversi nomi e titoli di opere che hanno contribuito immensamente a illuminare la questione "predestinazione" -Agostino e Arminio in primis.

Siamo certi che la Parola di Dio parla chiaramente ai semplici.

1. La salvezza: prerogativa di Dio o responsabilità nostra?

Entrambe. Partiamo da un assunto logico: se noi non avessimo alcun ruolo nella nostra salvezza, non avrebbero senso le continue sollecitazioni alla perseveranza che ci rivolge la parola di Dio. Non avrebbero senso i comandamenti; non avrebbero senso gli ammonimenti di Gesù e dei profeti.

Avremmo, cioè, una Bibbia descrittiva, ma non prescrittiva; una mera illustrazione del piano di salvezza, e non indicazioni chiare per tenerla stretta.

Secondo uno studio statistico sulla Bibbia, lo spazio riservato alla trattazione della predestinazione si colloca tra il 5 e il 7%, di cui quasi metà è opera dell'apostolo Paolo; intorno al 50%, invece, è lo spazio dedicato esplicitamente alla responsabilità personale di fare il bene,inclusi gli episodi da cui si possono, comunque, trarre insegnamenti morali. Capire il concetto di predestinazione, quindi, significa soprattutto interpretare correttamente le parole dell'apostolo Paolo.

2. C'è unanimità sull'argomento "salvezza" nella cristianità?

No. Alcune interpretazioni attribuiscono a Dio un ruolo esclusivo nella scelta di chi sarà salvato, altre sottolineano una cooperazione tra la grazia divina e la libertà umana, mentre altre ancora collocano le opere umane al centro del processo di salvezza.

Premesso che sono molteplici le sfumature di pensiero che caratterizzano i vari gruppi cristiani e filo-cristiani, ai due estremi della riflessione possiamo collocare l'interpretazione più rigorosa del Calvinismo e le pratiche più popolari del Cattolicesimo.

Secondo il Calvinismo estremista, Dio sceglie in modo assoluto chi sarà salvato: la sua grazia è "irresistibile" e si manifesta solo negli eletti, che perseverano nella fede senza che la loro volontà possa opporsi. Questo implica la cosiddetta "doppia predestinazione": alcuni sono predestinati a salvezza, altri alla dannazione.

Cattolicesimo e Ortodossia, invece, pongono le opere del credente accanto alla grazia e alla fede.

Nel Cattolicesimo, le opere hanno valore anche meritorio, in quanto contribuiscono alla giustificazione (merito= ricompensa e purificazione). Gli ortodossi, invece, non parlano di merito, ma di sinergia: le opere sono frutto della fede cooperante con la grazia di Dio. Per i cattolici, le opere possono "accrescere" la santificazione; per gli ortodossi, esse sono piuttosto medicine spirituali che trasformano il cuore.

In questo quadro, molti cattolici tendono a considerare le opere e i riti come essenziali per ottenere la salvezza, soprattutto attraverso pratiche popolari (es. devozioni, pellegrinaggi, opere di misericordia), ritenute un modo concreto per dimostrare fede e ottenere benedizioni.

La maggior parte delle correnti evangeliche e protestanti, invece, sottolinea il ruolo centrale della grazia salvifica, e vede le opere come la conseguenza diretta -ma non automatica- della fede. In tutto il processo, il credente esercita il libero arbitrio fino alla fine.

3. Partiamo dal Calvinismo rigorista. Dio salva chi vuole, senza alcun criterio?

No. Questa teoria prende le mosse dal seguente passaggio: «Poiché quelli che egli ha preconosciuti, li ha anche predestinati ad essere conformi all'immagine del suo Figlio, affinché egli sia il primogenito fra molti fratelli. E quelli che ha predestinati, li ha pure chiamati; quelli che ha chiamati, li ha pure giustificati; e quelli che ha giustificati, li ha pure glorificati» (Romani 8:29).

Leggendolo così, sembrerebbe che Dio scelga, salvi e glorifichi solo alcune persone, in maniera totalmente immotivata e casuale. Il gap nasce dal fatto che, spesso, si trascura di citare anche il verso precedente, che recita così:

«Or noi sappiamo che tutte le cose cooperano al bene per coloro che amano Dio, i quali sono chiamati secondo il Suo proponimento» (Romani 8:28).

Il focus, dunque, è su "coloro che amano Dio", a favore dei quali "tutto coopera al bene". Essi, infatti, sono "chiamati secondo il Suo proponimento" (v. 28). Ma perché? Senza alcun motivo?

Rileggiamo il verso di prima. Tenendo presente l'oggetto della riflessione, "coloro che amano Dio", possiamo dedurre che:

  • Dio conosce ogni essere umano fin da prima della sua nascita. Quindi, sa già chi lo amerà e chi no.
  • In base a questo, Dio si impegna, con coloro che sa che Lo ameranno, a renderli conformi all'immagine di Cristo.
  • A tale scopo, Dio chiama le persone che sa che Lo ameranno.
  • Dato che queste persone Lo avranno amato, esse accetteranno la grazia salvifica di Cristo, in virtù della quale saranno giustificate.
  • Per la fedeltà alle Sue promesse, Dio riserva, a coloro che avranno accettato la Sua grazia, anche la gloria finale.

Possiamo, dunque, identificare le seguenti cinque fasi:

1. preconoscenza

2. predestinazione

3. chiamata

4. giustificazione

5. glorificazione.

Se questo non bastasse, rileggendo bene il verso citato, vediamo che la cosiddetta "predestinazione" non è a salvezza, ma "ad essere conformi all'immagine del Suo figlio" (v. anche Efesini 1:12).

A questo punto, risultano più chiari anche gli altri passaggi paolini che danno maggior enfasi alla volontà di Dio -ma non annullano quella umana (Ef 1:3-11).

4. Allora quali sono gli argomenti che i calvinisti estremisti adducono a proprio favore?

Sono proprio quelli basati sui passi paolini che esaltano l'elezione -che, però, come abbiamo detto, non negano la responsabilità umana: una responsabilità che Paolo stesso ha realizzato in primis («Guai a me se non evangelizzo», 1 Co 9:16).

Uno in particolare, celeberrimo, il cap. 9:6-27 di Romani, che vale la pena citare per esteso:

«Tuttavia non è che la parola di Dio sia caduta a terra, poiché non tutti quelli che sono d'Israele sono Israele. E neppure perché sono progenie di Abrahamo sono tutti figli; ma: «In Isacco ti sarà nominata una progenie». Cioè, non i figli della carne sono figli di Dio, ma i figli della promessa sono considerati come progenie. Questa fu infatti la parola della promessa: «In questo tempo ritornerò e Sara avrà un figlio». E non solo questo, ma anche Rebecca concepì da un solo uomo, Isacco nostro padre (infatti, quando non erano ancora nati i figli e non avevano fatto bene o male alcuno, affinché rimanesse fermo il proponimento di Dio secondo l'elezione e non a motivo delle opere, ma per colui che chiama), le fu detto: «Il maggiore servirà al minore», Come sta scritto: «Io ho amato Giacobbe e ho odiato Esaù». Che diremo dunque? C'è ingiustizia presso Dio? Così non sia. Egli dice infatti a Mosè: «Io avrò misericordia di chi avrò misericordia, e avrò compassione di chi avrò compassione». Non dipende dunque né da chi vuole né da chi corre, ma da Dio che fa misericordia. Dice infatti la Scrittura al Faraone: «Proprio per questo ti ho suscitato, per mostrare in te la mia potenza e affinché il mio nome sia proclamato in tutta la terra». Così egli fa misericordia a chi vuole e indurisce chi vuole. Tu mi dirai dunque: «Perché trova ancora egli da ridire? Chi può infatti resistere alla sua volontà?». Piuttosto chi sei tu, o uomo, che disputi con Dio? La cosa formata dirà a colui che la formò: «Perché mi hai fatto così?». Non ha il vasaio autorità sull'argilla, per fare di una stessa pasta un vaso ad onore e un altro a disonore? E che dire se Dio, volendo mostrare la sua ira e far conoscere la sua potenza, ha sopportato con molta pazienza i vasi d'ira preparati per la perdizione? E questo per far conoscere le ricchezze della sua gloria verso dei vasi di misericordia, che lui ha già preparato per la gloria, cioè noi che egli ha chiamato, non solo fra i Giudei ma anche fra i gentili? Come ancora egli dice in Osea: «Io chiamerò il mio popolo quello che non è mio popolo, e amata quella che non è amata. E avverrà che là dove fu loro detto: "Voi non siete mio popolo", saranno chiamati figli del Dio vivente». Ma Isaia esclama riguardo a Israele: «Anche se il numero dei figli d'Israele fosse come la sabbia del mare, solo il residuo sarà salvato».

Vediamo insieme come si spiegano le parti controverse.

a. Il contesto di Romani 9

Romani 9 non è un trattato astratto sulla predestinazione individuale, ma una risposta alla domanda dei Giudei di Roma: perché Israele, in gran parte, ha rifiutato il Messia, mentre i gentili stanno entrando nel popolo di Dio?

Paolo spiega che:

  • Dio ha scelto di portare avanti la sua promessa attraverso Giacobbe e non attraverso Esaù.
  • Questa scelta non fu basata sulle opere carnali dei due fratelli, ma neppure fu irrazionale: Dio, nella sua onniscienza, sapeva che Giacobbe lo avrebbe cercato, mentre Esaù lo avrebbe disprezzato (Gn 25:29-34; 27; 32:24-30; Eb 12:16-17)
  • La misericordia di Dio non dipese dalla volontà di Giacobbe di primeggiare sul fratello, ma dal fatto che Dio vide in lui il terreno adatto per iniziare un'opera: la fede e il desiderio delle cose spirituali.
  • L'elezione di Giacobbe avvenne per grazia, guardando alla sua fede, non alle sue opere.

b. «Ho amato Giacobbe e ho odiato Esaù» (Rm 9:13): che significa?

Questa frase, ripresa da Malachia 1:2-3, non riguarda la salvezza "casuale" dei due fratelli, ma la scelta di una linea di discendenza (Israele e non Edom) come strumento del piano di Dio.
Il testo parla di popoli scelti per un compito, non di individui predestinati alla salvezza o alla perdizione senza motivo.

c. La linea di discendenza da Abramo a Gesù

  • La scelta della linea che parte da Abramo e arriva a Gesù fu motivata dalla promessa fatta da Dio ad Abramo: «Perché Abramo ha obbedito alla mia voce» (Gn 26:4-5).
  • Tuttavia, questa promessa non predeterminò i successori di Abramo ad avere fede. La Scrittura mostra che «Dio è il remuneratore di quelli che lo cercano» (Ebrei 11:6; Geremia 29:13). Paolo ricorda che i padri «passarono tutti per il mare» e «furono tutti sotto la nuvola», ma «la maggior parte di loro non fu gradita a Dio» (1 Corinzi 10:1-5).
  • Anche tra i discendenti naturali di Abramo, quindi, solo quelli che credettero entrarono nella benedizione.

d. I vasi a onore e a disonore (Rm 9:21-23)

  • Non si tratta di fatalismo: Dio è sovrano come un vasaio che modella l'argilla, ma il risultato può cambiare in base alla risposta dell'uomo. L'utilizzo di questa immagine, tratta da Geremia 18:4-10, dimostra che, se una nazione si pente, Dio revoca il giudizio; se si corrompe, revoca la benedizione.
  • I "vasi" possono, quindi, cambiare destinazione: «Vasi d'ira preparati per la perdizione» (v. 22) = vasi che si sono resi adatti alla perdizione con il loro comportamento (il greco κατηρτισμένα può significare "adattati" o "pronti"); «vasi di misericordia che egli ha preparato per la gloria» (v. 23) = Dio ha predisposto un piano di salvezza, ma lo applica a chi risponde alla sua grazia.
  • Nei capitoli 10 e 11, Paolo mostra che la porta è ancora aperta: «Se non persevereranno nell'incredulità, saranno innestati» (Rm 11:23). Questo non avrebbe senso se il loro destino fosse già deciso in modo irrevocabile. Infatti: «Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato» (Rm 10:13).

d. Il messaggio di Paolo ai Giudei di Roma

Paolo voleva chiarire che:

  • Appartenere a una discendenza di sangue non ha alcun valore salvifico.
  • La mancanza di fede è ciò che escluse molti dalla benedizione («Non tutto Israele è Israele», Rm 9:6; «solo un residuo sarà salvato», Rm 9:6, 27).
  • La fede è la vera chiave per entrare nel Regno: «Se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa» (Ga 3:29; Rm 4:11-12).
  • Come si evince dai capitoli successivi, la responsabilità umana è chiamata in causa: «Israele è inciampato... perché non ha cercato la giustizia mediante la fede, ma mediante le opere» (Rm 9:30-32).

5. Si può parlare di "grazia irresistibile", cioè di una grazia che determina a tal punto la scelta del credente da indurlo ad assecondare automaticamente il piano di Dio?

No. Leggiamo 2 Tessalonicesi 2:13: «Ma noi dobbiamo sempre ringraziare Dio per voi, fratelli amati dal Signore, perché Dio fin dal principio vi ha scelti per la salvezza tramite la santificazione dello Spirito e la fede della verità».

Quest'ultimo passaggio evidenziato in grassetto, quasi identico a 1 Pietro 1:2, rende esplicito:

1. Lo scopo dell'elezione: la salvezza (piano di Dio)

2. Il mezzo dell'elezione: la santificazione nello Spirito e la fede nella verità (azione del credente).

Fede e santificazione da parte del credente, quindi, sono necessarie per l'elezione. Ovviamente, Dio preconosce chi si impegnerà in esse.

a. Fede: perché? Nelle Scritture, ci sono più di 200 inviti, espliciti e impliciti, a esercitare fede. Quale sarebbe la necessità di sollecitare qualcuno che ha un destino già segnato?

Anche se Dio è "autore e compitore della nostre fede" (Eb 12:2) e può aumentarla (Lc 17.5), è necessario che essa venga esercitata dal credente, come apprendiamo dalla lunga dissertazione presente in Romani 3, 4 e 5. In particolare, Dio è "giusto e giustificatore di colui che ha la fede di Gesù" (Rm 3:26).

A proposito di Abramo, l'apostolo osserva che egli "credette a Dio, e ciò gli fu imputato a giustizia" (Rm 4.3), sottolineando che non fu giustificato per opere, ma per fede (v.2). Abramo, quindi, dovette fare qualcosa per ereditare le promesse; dovette muoversi da uno stato all'altro («Or senza fede è impossibile piacere a Dio; infatti chi si avvicina a Dio deve credere che egli esiste e che ricompensa quelli che lo cercano», Eb 11:6).

Gesù stesso ha invitato i Suoi discepoli a credere in Lui (Gv 14:1) e ha chiarito che «chi avrà creduto e sarà stato battezzato sarà salvato; ma chi non avrà creduto sarà condannato» (Mr 16:16). La scelta di credere, e cioè la fede, è una "porta d'accesso" alla grazia di Dio (Rm 5:2); la grazia è stata offerta a tutti, ma viene afferrata solo da chi ha fede.

b. Santificazione: perché? Anche gli inviti alla santità non si contano (684 sono solo quelli espliciti; si arriva a migliaia, in tutta la Bibbia). Che senso avrebbero questi appelli ai credenti, se la responsabilità della santificazione fosse prerogativa di Dio?

Si osservi il seguente verso: «Impegnatevi a cercare la pace con tutti e la santificazione, senza la quale nessuno vedrà il Signore» (Eb 12:14). L'autore dell'epistola parla a una comunità giudeo-cristiana; si tratta di salvati. Eppure, hanno bisogno di fare uno sforzo verso la santità.

6. Allora Dio e l'uomo cooperano insieme alla salvezza?

. In particolare, Dio si muove

a. Attraverso lo Spirito Santo. È Lui che convince il cuore dell'uomo di peccato e lo guida alla verità (Gv 16:8-13); è Lui che sostiene la fede e intercede "con sospiri ineffabili" (Rm 8:26-27). Senza l'opera dello Spirito, la grazia resterebbe un'offerta esterna e la fede un puro sforzo umano. È lo Spirito che salda la grazia di Dio alla risposta del credente.

Chiariamo meglio il rapporto tra grazia e fede. La Scrittura mostra che la grazia di Dio precede sempre l'uomo: è Lui che prende l'iniziativa, che chiama, illumina, attira. Tuttavia, questa grazia non è imposta, ma attende una risposta. La fede, quindi, non è un merito personale, bensì l'atto libero con cui l'uomo accoglie la grazia offerta. Senza la grazia, nessuno potrebbe credere, perché il cuore umano è incapace di salvarsi da solo; senza la fede, la grazia non produce frutto nel singolo, rimanendo come un dono non scartato ma mai aperto. Paolo lo esprime con chiarezza: «Attraverso la grazia, infatti, siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è il dono di Dio» (Ef 2:8).

La salvezza, dunque, non è né soltanto dono, né soltanto sforzo, ma una cooperazione misteriosa: Dio offre e sostiene, l'uomo risponde e persevera.

b. Attraverso la comunità dei credenti. Nella prospettiva biblica, la salvezza non è mai solo un fatto privato o individuale. L'uomo risponde personalmente alla grazia, ma viene inserito in un popolo: la Chiesa, corpo di Cristo (1 Cor 12:12-27). È nella comunità dei credenti che la fede viene sostenuta, nutrita e provata. In questo senso, la responsabilità individuale non annulla, ma anzi implica, la responsabilità reciproca: "Esortatevi a vicenda ogni giorno, finché si può dire: Oggi" (Eb 3:13).

7. Come mai cattolici e ortodossi enfatizzano così tanto il ruolo delle opere nel processo salvifico?

Semplicemente perché la loro base di fede non è costituita solo dalle Scritture. I cattolici tengono in considerazione, oltre alle Scritture (accresciute con i libri deuterocanonici), la Tradizione, il Magistero, il Catechismo, la liturgia, i Padri della Chiesa e il Diritto canonico. Gli ortodossi aggiungono a questi anche i testi ascetici e i canoni sinodali, anche se la loro teologia è molto meno "sistematica" e centralista rispetto a quella cattolica.

Nel corso dei secoli, anche a causa di decisioni di concili, di papi e di patriarchi, si è strutturata una sorta di "pedagogia della fede", cioè una vita devozionale fatta di "tappe" ben definite (sacramenti, liturgie varie…), attraverso un percorso chiaro di pratiche visibili, che insegnino determinati valori e rafforzino il legame tra i credenti e la Chiesa. La tradizione, insomma, è funzionale ad avvicinare all'istituzione.

Biblicamente, però, è vero ciò che abbiamo già rimarcato, e cioè che Dio salva coloro che, avendolo cercato con tutto il cuore, persistono nella santificazione, che non è un insieme di opere meritorie, ma il frutto dell'obbedienza, e cioè della scelta di lasciar operare lo Spirito Santo nella propria vita (Ef 2:8-10).

8. Ma Dio chiama tutti a salvezza? Oppure solo alcuni?

«Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità» (1 Tm 2:4); eppure, in Matteo 22:14, leggiamo: «Molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti», che è la chiosa alla parabola del banchetto nuziale. In sintesi, un re invita molti al matrimonio di suo figlio; alcuni invitati rifiutano l'invito -chi con indifferenza, chi con ostilità. Il re, allora, manda a chiamare altri, dai crocicchi delle strade, buoni e cattivi. Uno di loro si presenta senza abito nuziale e viene cacciato.

a. Molti sono i chiamati

Il termine "chiamati" (gr. κεκλημένοι) si riferisce a tutti coloro che ricevono l'invito; in termini spirituali, tutti coloro che ascoltano il Vangelo o ricevono un'offerta di salvezza. Questo implica una grazia offerta a molti, ma non a tutti.

b. Pochi sono gli eletti

Il termine "eletti" (gr. ἐκλεκτοί) indica coloro che rispondono correttamente alla chiamata. Ma attenzione, perché non basta accettare l'invito, se non si ha l'abito adatto, e cioè le opere derivanti dalla fede, di cui parla Giacomo 2:14-26 (il riferimento all'abito si trova anche in Is 61.10, Gb 29:14, Sal 132:9).

c. Chi sono i non chiamati e qual è il loro destino?

Si tratta di popoli e genti di culture, epoche o luoghi dove Cristo non è stato annunciato, che non hanno la possibilità di salvarsi attraverso la fede in Cristo. Questo non vuol dire che non possano salvarsi affatto. Stando alle Scritture, nessuno si è mai salvato per opere: anche prima di Cristo ci si salvava per fede (Eb 11).

La Bibbia attribuisce un ruolo centrale alla coscienza, e definisce coloro che non hanno dato gloria a Dio "inescusabili", «poiché ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha loro manifestato. Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l'intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità", Rm 1:18-20. Infatti, "quando i pagani, che non hanno la legge, fanno per natura le cose della legge, essi, pur non avendo legge, sono legge a sé stessi; essi dimostrano che quanto la legge esige è scritto nei loro cuori, mentre la loro coscienza ne dà testimonianza e i loro pensieri si accusano o si scusano a vicenda. Questo si vedrà nel giorno in cui Dio giudicherà le azioni segrete degli uomini, secondo il mio vangelo, per mezzo di Cristo Gesù», Rm 2:14-16.

Tuttavia, accanto a questi avvertimenti seri e reali, la Scrittura offre anche una profonda certezza: chi rimane in Cristo è al sicuro. Gesù dice delle sue pecore: «Io dò loro la vita eterna, e non periranno mai, e nessuno le rapirà dalla mia mano» (Gv 10:28). Paolo aggiunge: «Io sono persuaso che né morte né vita... né alcun'altra creatura potrà separarci dall'amore di Dio che è in Cristo Gesù» (Rm 8:38-39). Non si tratta di una garanzia automatica, ma di una fiducia solida: mentre il credente persevera nella fede, sa che Dio è fedele e lo custodisce fino alla fine.

9. Una volta salvati …sempre salvati ("iper-grazia")?

No. La Bibbia suggerisce che la salvezza può essere persa se una persona si allontana da Dio: «Infatti è impossibile riportare alla conversione coloro che una volta sono stati illuminati, che hanno gustato il dono celeste, che sono diventati partecipi dello Spirito Santo, e hanno gustato la buona parola di Dio, e le potenze del mondo a venire, se poi ricadono, perché essi crocifiggono di nuovo per conto loro il Figlio di Dio e lo espongono a vituperio» (Eb 6:4-6).

Qui si parla di persone che avevano addirittura preso parte al movimento dello Spirito Santo; di essi si dice che non è possibile riportarli alla conversione, se diventano impenitenti. Questo vuol dire che si erano convertiti e, poi, sono "scaduti dalla grazia" (Ga 5:4); è possibile, cioè, distinguere, due momenti: la ricezione della grazia e lo scadere dalla grazia.

Queste due fasi sono ben visibili nelle tre immagini presenti nella lettera alle sette chiese dell'Apocalisse, dove Dio ammonisce i credenti a tenere ferma la salvezza attraverso la perseveranza: il candelabro, il libro della vita e la corona.

  • «Ricordati dunque da dove sei caduto, ravvediti e fa' le opere di prima; se no verrò presto da te e rimuoverò il tuo candelabro dal suo posto, se non ti ravvedi», Ap 2:5.
  • «Chi vince sarà vestito di vesti bianche; non cancellerò il suo nome dal libro della vita e confesserò il suo nome davanti al Padre mio e davanti ai suoi angeli», Ap 3:5 (anche Es 32:32; Sal 69:38).
  • «Ecco, io vengo presto; tieni fermamente ciò che hai, affinché nessuno ti tolga la tua corona», Ap 3:11.

Come si vede, un candelabro posto nel tempio di Dio può essere rimosso; un nome scritto sul libro della vita può essere cancellato; una corona posta sul capo può essere tolta.

Se la salvezza fosse garantita senza condizioni dopo il primo momento di fede, allora l'insegnamento sulla santificazione, sulla perseveranza, sul pentimento e sulla vigilanza sarebbe inutile.

La cosiddetta "certezza della salvezza", dunque, testimoniata dallo Spirito al credente (Rm 8:16), si concretizza attraverso:

  • la perseveranza (Ap 2:10; Mt 24:13; Eb 3:14)
  • il frutto (Mt 7:16-20; 1 Gv 3:14-15)

10. Saremo tutti giudicati, o solo coloro che hanno rifiutato Cristo?

Saremo tutti giudicati, ma in modi e tempi diversi.

a. Il Tribunale di Cristo

É la fase che precede il millennio. Vi compariranno i salvati di tutti i tempi,non affinché sia discussa la loro salvezza, ma affinché siano valutate le opere della fede compiute in vita, che danno luogo a ricompense o perdita di ricompensa. «Tutti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, affinché ciascuno riceva la ricompensa delle cose fatte nel corpo, secondo ciò che ha fatto, sia in bene che in male», 2 Co 5:10 (si veda anche Romani 14:10-12). In particolare, in 1 Corinzi 3:13-15 si parla di opere provate "come dal fuoco": se l'opera resiste, il credente riceve una ricompensa; se si brucia, esso "sarà salvo, però come attraverso il fuoco".

Queste "ricompense" non hanno a che fare con la vita eterna, dove il premio sarà lo stesso per tutti, e cioè la presenza perpetua di Dio (Mt 20:1-16), bensì con il regno millenario dei fedeli con Cristo (Ap 20:4-6), dove la "quantità" di autorità ricevuta nel governo sarà proporzionata alla fedeltà dimostrata nel tempo terreno (come evidenzia la parabola delle mine, Lc 19:11-27).

b. Il Giudizio Universale (o Giudizio del Gran Trono Bianco)

È la fase che precede l'eternità con Dio. Vi compariranno gli increduli di ogni epoca, per essere condannati: «Tutti i morti, grandi e piccoli, stanno davanti al trono e sono giudicati secondo ciò che è scritto nei libri. Chi non è scritto nel libro della vita è gettato nello stagno di fuoco», Ap 20:11-15.

E tutte quelle persone che non hanno avuto la possibilità oggettiva di esercitare libero arbitrio e responsabilità (bambini mai nati, soggetti con handicap inficianti la coscienza)? Crediamo che valgano le seguenti parole di Gesù: «Lasciate che i piccoli fanciulli vengano a me e non glielo impedite, perché di tali è il regno di Dio» (Mr 10:14). Dio è giusto giudice.

Inutile ricordare che chi è salvo "non passa per il giudizio" (Gv 5:24), ma solo per il Tribunale di Cristo.

Tiriamo le somme. La Bibbia non presenta la salvezza come un destino già scritto e immodificabile, né come un traguardo da guadagnare con le sole forze umane. La predestinazione, sotto questo punto di vista, non è una condanna o un privilegio arbitrario, ma l'assicurazione che Dio ha preparato in Cristo un cammino di vita e di gloria per chiunque Lo ama. Il giudizio finale non sarà dunque un tribunale capriccioso, ma la manifestazione della verità: ognuno raccoglierà ciò che avrà deciso di fare della grazia ricevuta. La grazia apre la porta, la fede entra, la perseveranza conduce alla gloria.


IL CESSAZIONISMO E' BIBLICO?

Il "cessazionismo" è una dottrina che afferma che i doni soprannaturali dello Spirito Santo, come il parlare in lingue, la profezia, la guarigione miracolosa e altri segni e prodigi, sono cessati con la morte degli apostoli o con la conclusione del Nuovo Testamento. Secondo questa visione, questi doni erano esclusivamente per l'edificazione della Chiesa primitiva e non sono più operativi nella Chiesa moderna.

La maggior parte dei cessazionisti, tuttavia, è disposta a credere che Dio possa ancora operare miracoli, ma non più attraverso le persone.

Sebbene molti cristiani sostengano questa posizione, altre organizzazioni, come quella carismatica e pentecostale, credono che i doni spirituali siano ancora validi oggi ("continuazionismo"). Esploriamo il cessazionismo e vediamo perché questa dottrina non trova un fondamento biblico solido.

1. La fondamenta del cessazionismo

Il cessazionismo si basa sull'idea che i miracoli, le guarigioni e le profezie erano segni unici per autenticare l'autorità degli apostoli e per stabilire la Chiesa durante il periodo iniziale della sua crescita. I cessazionisti interpretano alcuni versetti delle Scritture come indicazioni che i doni soprannaturali sono cessati una volta che il Nuovo Testamento è stato completato e gli apostoli sono morti. In particolare, i cessazionisti citano 1 Corinzi 13:8-10 per supportare questa teoria: "L'amore non viene mai meno. Le profezie verranno meno, le lingue cesseranno, la conoscenza sparirà. Poiché in parte conosciamo e in parte profetizziamo, ma quando verrà ciò che è perfetto, allora ciò che è parziale sparirà".

Secondo i cessazionisti, "ciò che è perfetto" si riferisce alla conclusione del Nuovo Testamento, che è visto come completo. Così, i doni soprannaturali, come le lingue e la profezia, avrebbero cessato di esistere una volta che il canone delle Scritture fosse stato chiuso. Tuttavia, questa interpretazione è contestata da molti altri gruppi cristiani che sostengono che il "perfetto" si riferisca al ritorno di Cristo e al compimento finale del Regno di Dio, non alla chiusura del canone biblico.

2. La scarsa base biblica del cessazionismo

Anche se il cessazionismo ha i suoi sostenitori, le argomentazioni bibliche che supportano questa posizione sono deboli. In particolare, non esistono passaggi chiari che affermino esplicitamente che i doni spirituali debbano cessare con la morte degli apostoli o la conclusione del Nuovo Testamento.

a) Il mandato di Gesù di fare discepoli in tutte le nazioni

In Matteo 28:19-20, Gesù dà il grande mandato alla Chiesa di fare discepoli in tutte le nazioni, "insegnando loro a osservare tutte le cose che vi ho comandato". Questo mandato non ha una scadenza o una fine stabilita dalla Bibbia, il che implica che la missione della Chiesa, così come i doni necessari per compierla, continuano fino al ritorno di Cristo. Non c'è alcuna indicazione che Gesù avesse previsto una fine dei doni spirituali prima del Suo Ritorno. "Andate dunque e fate discepoli di tutte le nazioni, battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutte le cose che vi ho comandato; ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine dell'età presente."

Questa promessa di Gesù di essere "con noi tutti i giorni" implica una continuità nel Suo operato tramite lo Spirito Santo, che include la presenza dei doni spirituali nella vita della Chiesa fino alla fine dell'età presente.

b) Gli apostoli stessi non affermano la cessazione dei doni

Anche gli scritti degli apostoli non danno alcuna indicazione che i doni spirituali sarebbero cessati con la morte di alcuni apostoli o la conclusione del Nuovo Testamento. Al contrario, Paolo, ad esempio, esorta i credenti a desiderare i doni spirituali ("Proseguite nell'amore, ma cercate con brama i doni spirituali, soprattutto di profetizzare, 1Co 14:1), seppur con indicazioni di ordine ben precise.

Se i doni spirituali dovessero cessare, non avrebbe avuto senso per Paolo esortare la Chiesa a desiderarli. Inoltre, nel capitolo successivo, Paolo dice che "quando verrà ciò che è perfetto", cioè il ritorno di Cristo, i doni cesseranno, ma non prima. Questo implica che i doni rimarranno attivi fino al ritorno di Cristo, non fino alla chiusura del canone.

c) Il ministero di Gesù e dello Spirito Santo continua nella Chiesa

Gesù ha promesso di inviare lo Spirito Santo per continuare il Suo ministero attraverso la Chiesa. In Giovanni 14:12, Gesù dice: "In verità, in verità vi dico che chi crede in me, anche egli farà le opere che io faccio; e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre."

Se i doni spirituali sarebbero cessati con la morte degli apostoli o la conclusione del canone, questa promessa di Gesù non avrebbe senso. La Chiesa continua la Sua opera attraverso il potere dello Spirito Santo, che include anche i miracoli, la guarigione e i segni.

d) La testimonianza storica della Chiesa primitiva e contemporanea

La storia della Chiesa, sia nei primi secoli che oggi, è segnata da una continua testimonianza di esperienze soprannaturali, guarigioni e miracoli. Le Chiese carismatiche e pentecostali, in particolare, testimoniano l'esperienza continua dei doni spirituali, il che dimostra che l'idea che i doni siano cessati non è in linea con la realtà vivente della Chiesa di Cristo.

Il cessazionismo, quindi, sebbene abbia avuto un impatto significativo in alcune tradizioni cristiane, non trova un sostegno chiaro nelle Scritture. Invece, la Bibbia insegna che i doni spirituali sono stati dati alla Chiesa per la sua edificazione e per la realizzazione del mandato di Gesù di fare discepoli (Ro 12:6-8). Inoltre, il ritorno di Cristo è il punto in cui i doni spirituali cesseranno, non la morte degli apostoli o la chiusura del Nuovo Testamento. La testimonianza continua della Chiesa, delle esperienze spirituali e dei miracoli, conferma che i doni dello Spirito sono ancora operativi oggi, in attesa della Parusia.

La visione biblica di una Chiesa che opera con i doni dello Spirito fino al ritorno di Cristo è più coerente con la testimonianza delle Scritture e con l'esperienza della Chiesa universale. Pertanto, il cessazionismo non può essere considerato una posizione biblica valida.


RAPIMENTO DELLA CHIESA:

SEGRETO O VISIBILE? 

UNO O DUE RITORNI?

1. Segreto o visibile?

Osserviamo i seguenti versi tratti dalle Epistole dell'apostolo Paolo:

Ora vi diciamo questo per parola del Signore: noi viventi, che saremo rimasti fino alla venuta del Signore, non precederemo coloro che si sono addormentati, perché il Signore stesso con un potente comando, con voce di arcangelo e con la tromba di Dio discenderà dal cielo, e quelli che sono morti in Cristo risusciteranno per primi; poi noi viventi, che saremo rimasti, saremo rapiti assieme a loro sulle nuvole, per incontrare il Signore nell'aria; e così saremo sempre col Signore (1Tessalonicesi 4:13-17).

Ecco, io vi dico un mistero: non tutti morremo, ma tutti saremo mutati in un momento, in un batter d'occhio, al suono dell'ultima tromba; la tromba infatti suonerà, i morti risusciteranno incorruttibili e noi saremo mutati (1Corinzi 15:51-52).

Fermiamoci un attimo. Ci sono due elementi che rivelano chiaramente un rapimento visibile:

a. il Signore darà un potente comando (voce di arcangelo e suono di tromba);

b. i morti in Cristo risusciteranno e i viventi saliranno al cielo con un corpo nuovo per incontrare il Signore.

Ci sembra davvero uno scenario che possa svolgersi in segreto? La voce del Signore, lo squillo di tromba, i morti che resuscitano e i vivi che ascendono al Cielo… Decisamente, no.

Tutto questo era stato già anticipato da Gesù stesso, che, in un discorso escatologico, aveva annunciato:

Matteo 24:21-31:

Poiché vi sarà allora una tribolazione grande, quale mai avvenne dall'inizio del mondo fino a ora, né mai più ci sarà. E se quei giorni non fossero abbreviati, nessun vivente si salverebbe; ma a causa degli eletti quei giorni saranno abbreviati. Allora se qualcuno vi dirà: Ecco, il Cristo è qui, o: È là, non ci credete. Sorgeranno infatti falsi cristi e falsi profeti e faranno grandi portenti e miracoli, così da indurre in errore, se possibile, anche gli eletti. Ecco, io ve l'ho predetto. Se dunque vi diranno: Ecco, è nel deserto, non ci andate; o: È in casa, non ci credete. Come la folgore viene da oriente e brilla fino a occidente, così sarà la venuta del Figlio dell'uomo. Dovunque sarà il cadavere, ivi si raduneranno gli avvoltoi.

Subito dopo la tribolazione di quei giorni, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, gli astri cadranno dal cielo e le potenze dei cieli saranno sconvolte. Allora comparirà nel cielo il segno del Figlio dell'uomo e allora si batteranno il petto tutte le tribù della terra, e vedranno il Figlio dell'uomo venire sopra le nubi del cielo con grande potenza e gloria. Egli manderà i suoi angeli con una grande tromba e raduneranno tutti i suoi eletti dai quattro venti, da un estremo all'altro dei cieli.

È la conferma decisiva. Gesù, infatti, afferma che:

a. Lui verrà come la folgore che brilla da oriente a occidente, e non in un luogo circoscritto, come qualcuno millanterà (v. anche Luca 17:24);

b. Il Suo segno comparirà nel Cielo e Lui verrà sulle nubi con grande potenza e gloria (v. anche Marco 13:26), al punto che tutti i popoli si batteranno il petto;

c. Al suono della tromba, gli angeli raduneranno gli eletti da ogni angolo della Terra (v. anche Marco 13:27).

A questo punto, possiamo chiederci: da dove nasce l'idea del rapimento segreto?

I principali fautori sono i pretribolazionisti, cioè coloro che credono che il rapimento avverrà prima della tremenda tribolazione dei tempi finali, descritta da Daniele nell'omonimo libro e da Giovanni in Apocalisse. Secondo la visione pretribolazionista, l'ordine cronologico degli eventi finali sarebbe:

a. Rapimento "segreto", per preservare gli eletti dalla tribolazione

b. Tribolazione

c. Ritorno del Signore, per regnare sulla Terra con gli eletti per 1000 anni

Essi, cioè, identificano due diversi "ritorni" del Signore: il rapimento, occulto ai più (forse perché nella Bibbia non ne abbiamo riscontro? ...), e il ritorno per regnare con gli eletti sulla Terra, visibile a tutti.

Le prove a sostegno del rapimento "segreto" sarebbero soprattutto le metafore impiegate da Paolo per descrivere:

- la venuta improvvisa di Cristo ("come un ladro di notte", 1Tess 5:2);

- la trasformazione immediata dei corpi dei redenti ("in un batter d'occhio", 1 Co 12:52).

Tuttavia, non ci sembrano elementi sufficienti per ricavarne una dottrina. Infatti, con un po' di buon senso, si comprende che le due immagini fanno riferimento, rispettivamente, alla imprevedibilità e rapidità degli eventi descritti: è proprio per questo che Gesù, alla fine del discorso escatologico, raccomanda ai discepoli di vegliare e di non abbassare la guardia. In Luca 17:26-30 (v. anche Matteo 24:37-39), infatti, Egli paragona l'inesorabilità del Suo ritorno ai giorni di Noè e di Lot: le persone continuarono imperterrite a peccare fino al momento della catastrofe, e pochissimi scamparono.

C'è da dire, poi, che un noto film cristiano del 2000, Left behind (in Italiano Prima dell'Apocalisse) ha contribuito, soprattutto in quegli anni, a rafforzare la convinzione del rapimento occulto, e ad alimentare paure insensate del tipo "cosa succederà ai nostri bambini quando noi saremo rapiti?".

Non c'è alcun elemento, nella Bibbia, che ci porti a credere che si verificherà una situazione del genere.

A questo punto, allora, chiediamoci:

2. Uno o due ritorni?

Stando a chi abbraccia la teoria dei "due ritorni" di Cristo in tempi diversi, alcune prove sarebbero:

- Zaccaria 14:4-9, che fa riferimento al Signore che metterà i piedi sul Monte degli Ulivi: dunque, un ritorno "terreno", diverso da quello descritto da Paolo e da Gesù "nell'aria";

- Apocalisse 20:1-10, dove si parla del Regno millenario di Cristo sulla Terra come un evento successivo alla tribolazione, avvalorando l'ipotesi della scansione primo ritorno con rapimento degli eletti- tribolazione dei non eletti- secondo ritorno con gli eletti che regnano nel millennio;

- Luca 17:34-35 (v. anche Mt 24:40-41), in cui Gesù dice: "Vi dico: in quella notte due si troveranno in un letto: l'uno verrà preso e l'altro lasciato; due donne staranno a macinare nello stesso luogo: l'una verrà presa e l'altra lasciata", lasciando intendere ai pre- tribolazionisti che qualcuno rimarrà sulla terra (persino infanti e disabili che non hanno creduto!) e dovrà affrontare il periodo della tribolazione, periodo che essi collocano dopo il rapimento e che, quindi, rimane "aperto" e necessita di un secondo ritorno "conclusivo".

Che dire? Neanche in questo caso ci sembra che ci siano elementi sufficienti per avvalorare un doppio ritorno di Cristo.

Infatti, quanto a Gesù che mette i piedi sul monte degli Ulivi con i redenti, nulla esclude che questo possa accadere in conseguenza alla Sua venuta sulle nuvole. Anzi, dal discorso escatologico che Gesù pronuncia in Matteo 24 e Luca 17, ci sembra di capire che la raccolta degli eletti da parte degli angeli, che prenderanno l'uno e lasceranno l'altro, avverrà alla fine della tribolazione e di tutti i misteriosi prodigi naturali; Gesù parla ai discepoli delle cose tremende che attraverseranno, senza mai rassicurarli che scamperanno in tempo. Del resto, non esiste un'epoca o un luogo che non abbia assistito allo spargimento del sangue dei martiri.

A questo proposito, si osservi che in Apocalisse 7:1-8 è specificato che i redenti saranno sigillati per essere sottratti alle piaghe e all'ira di Dio, ma non all'azione perversa dell'Anticristo. Si dia un'occhiata ai seguenti versi:

"Poi uno degli anziani mi rivolse la parola, dicendomi: «Chi sono queste persone vestite di bianco e da dove sono venute?». Io gli risposi: «Signor mio, tu lo sai». Ed egli mi disse: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione. Essi hanno lavato le loro vesti, e le hanno imbiancate nel sangue dell'Agnello»" (Ap 7:13-14).

Sempre seguendo il filo della narrazione dell'Apocalisse, ci sembra lineare che la venuta di Cristo avvenga alla fine della tribolazione, prendendo con sé chi ha perseverato fino alla fine senza cedere alle lusinghe dell'Anticristo, e dando inizio al Millennio con tutti i Suoi redenti, sia i rapiti dai quattro angoli della Terra, che i risorti in Cristo della prima resurrezione- per quanto non possiamo dire con certezza in cosa consista il Millennio, oggettivamente, e quanto ci sia di simbolico in questo concetto.

Né gli apostoli, né Cristo stesso hanno mai fatto cenno a un "doppio ritorno", peraltro così "sibillino", e anche i profeti prima di Cristo hanno parlato di un unico "giorno del Signore" negli stessi termini di Matteo 24 (in particolare, Isaia 13:6, Ezechiele 30:3, Gioele 2:1; 3:14; Sofonia 1:7).Degno di nota è che Ezechiele definisca questo giorno un "giorno di nuvole", un elemento presente anche nella descrizione neotestamentaria del ritorno.

Crediamo, inoltre, che, se ci fosse un doppio ritorno, sarebbe un fatto troppo rilevante da poter essere lasciato alla libera interpretazione e all'equivoco. Siamo perplessi, invece, dal fatto che la teoria pretribolazionista possa produrre nei credenti l'effetto contrario a quello che Gesù intendeva sortire, raccomandando ai Suoi di vegliare: se, infatti, io credo che la tribolazione non mi riguarderà, inevitabilmente abbasserò la guardia e non mi preparerò per fortificarmi in vista della persecuzione di cui la Parola mi ha avvisato. Infine, vogliamo sottolineare che solo una minima parte di cristiani accoglie le teorie che abbiamo confutato, e solo da due secoli.

Atteniamoci a ciò che è biblico e stiamo saldi sulla Roccia. Dio ci benedica!


GOG E MAGOG: CI SIAMO?

ANALISI BIBLICA DELLA PROFEZIA

Quando si parla di escatologia biblica, bisogna andarci con i piedi di piombo. L'unica certezza che abbiamo, infatti, è che più siamo vicini ai tempi finali, più iniziamo ad afferrare il senso delle profezie sugli ultimi tempi.

Prima di allora, brancoliamo nel buio: abbiamo pochi punti fermi e una miriade di interpretazioni.

Veniamo al sodo, e cioè al "tormentone" del momento: la guerra tra Russia e Ucraina può essere la battaglia di Gog e Magog descritta nella Bibbia?

Ho letto diversi articoli cristiani che, alla fine, concludono tutti così: non lo sappiamo e non abbiamo prove sufficienti. Noi di Questioni bibliche non ci discostiamo da questa linea, ma ci preme sottolineare che, dallo studio della Parola, emerge qualcosa di interessante.

Innanzitutto, i pochi passi biblici che ci parlano di Gog e Magog (Ezechiele 38, 39; Apocalisse 20:7-9) sembrano indicare due battaglie diverse, come suggerisce gotquestions.org. In particolare:

1. Prima battaglia. 

Ezechiele si riferisce a una precisa coalizione di popoli, sia confinanti che settentrionali

(Ecco, io sono contro di te, o Gog, principe di Rosh, di Mescek e di Tubal (...) ti farò uscire con tutto il tuo esercito, cavalli e cavalieri (...) e con loro la Persia, l'Etiopia e Put (...) Gomer e tutte le sue schiere, la casa di Togarmah, le estreme parti del nord e tutte le sue schiere, molti popoli sono con te, 38:3-6). Questo spaventoso esercito circonderà Israele alla fine dei tempi, quando il Paese sarà in pace e i suoi abitanti vi avranno fatto ritorno (Negli ultimi anni verrai contro il paese sottratto alla spada, i cui abitanti sono stati raccolti da molti popoli, sui monti d'Israele, 38:8; Dirai: «Io salirò contro questo paese di villaggi aperti; piomberò su questa gente che vive tranquilla e abita al sicuro, che risiede tutta in luoghi senza mura e non ha né sbarre né porte», 11). Dio concederà una grande vittoria a Israele, al punto che ci vorranno ben sette mesi per seppellire i cadaveri (39:12); dopodiché, Israele sarà finalmente al sicuro e in pace (39:25-26).

Tutto questo potrebbe far pensare a qualcosa come una guerra mondiale.

C'è, però, un problema: Israele non è, attualmente, in pace. Lo sarà solo alla fine della grande Tribolazione, e durante il Regno millenario di Cristo, quando (cito da gotquestions.org) "Israele sarà riunito dalle nazioni (Matteo 24:31), convertito (Zaccaria 12:10-14) e restituito alla terra sotto il governo del Messia, Gesù Cristo. La Bibbia parla delle condizioni durante il millennio come un ambiente perfetto a livello fisico e spirituale. Sarà un periodo di pace (Michea 4:2-4; Isaia 32:17-18); di gioia (Isaia 61:7, 10); di consolazione (Isaia 40:1-2); senza povertà (Amos 9:13-15) o malattia (Gioele 2:28-29). Inoltre, la Bibbia ci dice che solo i credenti entreranno nel regno millenario. Per questo motivo, sarà un periodo di completa giustizia (Matteo 25:37; Salmi 24:3-4), di ubbidienza (Geremia 31:33), di santità (Isaia 35:8), di verità (Isaia 65:16) e di pienezza dello Spirito Santo (Gioele 2:28-29). Cristo governerà come re (Isaia 9:3-7; 11:1-10), con Davide come reggente (Geremia 33:15, 17, 21; Amos 9:11). Governeranno anche i nobili e i governatori (Isaia 32:1; Matteo 19:28). Gerusalemme sarà il centro "politico" del mondo (Zaccaria 8:3)". Uno scenario compatibile con il lieto fine di Ezechiele 39: «Manifesterò la mia gloria fra le nazioni e tutte le nazioni vedranno il mio giudizio che ho compiuto e la mia mano che ho posto su di loro. Così da quel giorno in poi la casa d'Israele riconoscerà che io sono l'Eterno, il suo DIO» (21-23); Non nasconderò più loro la mia faccia, perché spanderò il mio Spirito sulla casa d'Israele», dice il Signore, l'Eterno (29).

In effetti, le Scritture ci dicono che tra la fine della grande Tribolazione e l'inizio del Regno millenario ci sarà una battaglia: la famosa battaglia di Armagheddon, provocata da demoni che spingeranno i re della Terra allo scontro con Israele ("la battaglia del gran giorno del Dio onnipotente", Ap 16:1), la quale uscirà vittoriosa. Potrebbe trattarsi della stessa battaglia di Gog e Magog? Lasciamo il quesito aperto.

A questo punto, però, occorre fare una precisazione. Questa interpretazione, piuttosto diffusa, prevede che "Israele" si identifichi con l'attuale stato di Israele. Se, invece, come abbiamo già specificato altrove, "Israele" deve essere inteso, nel tempo della grazia, come la totalità dei figli di Abrahamo, dal punto di vista non solo etnico, ma anche spirituale, le cose cambiano: Gog e Magog diventano gli avversari del popolo di Dio, che mirano alla sua distruzione, ma rimangono sbaragliati, in preparazione del millennio.

2. Seconda battaglia

Apocalisse 20 si riferisce a una coalizione molto più grande, proveniente da tutto il globo. Il periodo, stavolta, è indicato con precisione, ed è la fine del millennio. L'obiettivo non è più Israele, ma l'insieme dei santi. Anche stavolta Dio opererà una potente vittoria a favore dei Suoi. "E quando quei mille anni saranno compiuti, Satana sarà sciolto dalla sua prigione e uscirà per sedurre le nazioni che sono ai quattro angoli della terra, Gog e Magog, per radunarle per la guerra; il loro numero sarà come la sabbia del mare. Esse si muoveranno su tutta la superficie della terra e circonderanno il campo dei santi e la diletta città. Ma dal cielo scenderà fuoco, mandato da Dio, e le divorerà (20:7-8).

Ricapitolando, dai pochi indizi che abbiamo le due battaglie descritte nella Bibbia sembrerebbero segnare l'inizio e la fine del regno millenario di Cristo; se così fosse, la vittoria che Dio concederà all'Israele nella carne sui nemici storici prefigura la vittoria dell'Israele spirituale contro Satana e le sue schiere. Ezechiele prefigura l'Apocalisse, l'Apocalisse adempie Ezechiele.

La nostra, sia chiaro, rimane un'ipotesi; il focus del problema, però, ci sembra un altro. Qualcuno sta, chiaramente, strumentalizzando la profezia di Gog e Magog per riaccendere sentimenti malsani di nazionalismo e partigianeria.

Chi dovrebbe essere Gog? Il nemico? Davvero qualcuno di noi avrebbe l'ardire di affermare che un popolo in particolare, o il capo di un popolo, possano essere nostri nemici? Stiamo dimenticando chi è il vero nemico delle nostre anime?

Ebbene, negli anni '70, in piena Guerra fredda, Reagan fece riferimento pubblico a Gog e Magog, identificandolo con l'URSS. Recentemente, durante un'intervista, l'ex presidente francese Jacques Chirac ha stupito l'opinione pubblica, dichiarando: «Bush mi chiese di invadere l'Iraq per contrastare Gog e Magog, gli emissari di satana dell'Apocalisse», nel 2003.

I potenti della terra conoscono le Scritture ma, ahimè, il nemico delle nostre anime non fa altro che manipolarle per confondere questo mondo. Sta a noi cristiani fare luce.

Allora cosa possiamo fare? Sicuramente non lasciarci convincere dal mainstream a parteggiare o simpatizzare per qualcuno in particolare, né illuderci di essere dalla parte dei "buoni" per diritto acquisito. "Non c'è alcun giusto, neppure uno", Rm 3:9.

La nostra forza è in Dio: lo stesso Dio che convinse re Ciro a emettere un editto per far rientrare i deportati in Israele e che fece ravvedere Nabucodonosor dal suo orgoglio, un Dio al quale non solo obbediscono i re, ma "persino il vento e il mare" (Mr 4:41). La preghiera, inutile dirlo, è l'unica vera arma che può fare la differenza.

IL MARCHIO DELLA BESTIA E L'IGNORANZA BIBLICA


1. Il mito del microchip

L'ignoranza, come si suol dire, è una brutta bestia. E, quando l'ignoranza riguarda le cose di Dio, la parola "bestia" cade a fagiolo nel calderone della banalizzazione dottrinale tipica di questi tempi.

Ebbene sì: i tempi per il ritorno di Gesù stringono; viceversa, si allarga la piaga della confusione in tema di avvenimenti degli ultimi tempi. Sempre meno credenti sono certi di chi farà cosa, come e quando. E, così, tutto ciò che viene percepito come moralmente inaccettabile diviene "il marchio della bestia" e il segno degli "ultimi tempi". E, da qui al "microchip", il passo è breve.

Diciamoci la verità: anche il mondo evangelico è infarcito di miti e riti -per non dire di dogmi. Non c'è nulla di cui meravigliarsi, se consideriamo che persino chi ha conosciuto il Cristo non riusciva a recedere dalla convinzione che il Messia dovesse identificarsi con un potente re, destinato a sterminare gli invasori romani. E il grande mito del nostro tempo è il fantomatico "microchip".

Mi spiego. Ma prima voglio fare una precisazione: noi di Questioni bibliche non pretendiamo di esaurire in questa sede la complessità dell'argomento e vi anticipiamo la nostra intenzione di attuare successivi approfondimenti. Con ciò che diremo, non vogliamo assolutamente urtare la sensibilità di chi ha una visione diversa dalla nostra.

2. In cosa consiste il marchio?

L'Apocalisse ci racconta che arriverà il tempo in cui l'anticristo cercherà di rendere la vita impossibile ai cristiani, cercando di imporre a chiunque un marchio di schiavitù. Lo deduciamo dallo studio della Parola, che, a breve, analizzeremo (si veda anche Rapimento della Chiesa: segreto o visibile? Uno o due ritorni?).

Ma non deduciamo che questo marchio debba essere per forza un microchip. Come non deduciamo che il nemico avrà la meglio sulla Chiesa di Cristo ("e le porte dell'inferno non prevarranno su di essa", Mt 16:18).

Il libro dell'Apocalisse è un libro profetico, per cui presenta un linguaggio intriso di simboli spirituali. La sua lettura non è paragonabile a quella di un libro storico, come i libri delle Cronache, che raccontano fatti realmente accaduti.

I 144.000, per fare un esempio, sono da intendersi come un numero finito? Chiaramente no: si tratta di un simbolo di moltiplicazione (12 tribù d'Israele x 12, numero di completezza). Le famose "bestie", che spesso identifichiamo erroneamente con dei personaggi, hanno molteplici teste e corna che compiono delle azioni... Potrei continuare all'infinito, ma è chiaro che queste Scritture debbono essere interpretate, con l'aiuto dello Spirito Santo.

La prima domanda che dovremmo porci, dunque, è fino a che punto questo marchio possa essere considerato come un segno visibile. Potrebbe esserlo; oppure no. Ci sono indizi nella Parola che ci facciano propendere per l'una o l'altra tesi? No! Leggiamo il passo in questione.

"Inoltre obbligò tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi, a farsi mettere un marchio sulla mano destra o sulla fronte. Nessuno poteva comprare o vendere se non portava il marchio, cioè il nome della bestia o il numero che corrisponde al suo nome. Qui sta la sapienza. Chi ha intelligenza, calcoli il numero della bestia, perché è un numero d'uomo; e il suo numero è seicentosessantasei" (Ap 13: 16-18).

Ricapitoliamo. Il marchio di cui si parla:

  • deve essere apposto sulla fronte o sulla mano destra
  • deve coincidere con il nome o il numero della bestia (che, però, ancora facciamo fatica a capire cosa sia)
  • deve corrispondere al numero 666, che sarà possibile calcolare.

Si tratta di caratteristiche reali o meramente simboliche? Procediamo per sillogismi.

a. Se si tratta di caratteristiche reali, chi sostiene la tesi del marchio-microchip ha gioco facile per quanto riguarda la fronte o la mano destra, che possono essere sedi per l'impianto. Ma il nome della bestia? È altrettanto desumibile? (ma soprattutto: cos'è la bestia?). E il numero, in base a quali calcoli reali è possibile ricavarlo?

b. Se si tratta di caratteristiche simboliche... allora perché il marchio stesso non potrebbe essere un simbolo?

c. Se alcune caratteristiche sono reali e altre simboliche, chi ci dice quali siano le une e quali le altre? Di certo non la Bibbia!

Prima di identificare il marchio con questo o con quello (e ne abbiamo sentite di tutti i colori), ragioniamo: non abbiamo alcuna certezza; solo ipotesi, per quanto affascinanti. Compresa l'ipotesi microchip.

Una considerazione accessoria. La teoria del microchip è nata una ventina di anni fa, quando non si riusciva neanche a immaginare fino a che punto saremmo arrivati con le nanotecnologie. Se temiamo che l'impianto del microchip possa essere l'unico mezzo di controllo economico e sociale a disposizione dell'anticristo, dovremmo informarci meglio su come funziona un cellulare di ultima generazione: rimarremmo sconvolti nel prendere atto che i nostri dati sono già in pasto a chiunque. Per non parlare di altri sistemi cibernetici raffinatissimi di cui siamo a malapena a conoscenza. Però non ci facciamo quasi caso. Perché? Perché partiamo dal presupposto "mitico" che solo un microchip possa mettere in pericolo la nostra sicurezza!

Ribadisco: non escludiamo a priori l'ipotesi del microchip. Ma non abbiamo abbastanza indizi per affermare con certezza che si tratti di esso.

3. E' possibile avere il marchio e non saperlo?

Proseguiamo col nostro ragionamento. Alla luce di alcuni fatti attuali, taluni affermano che qualche credente, involontariamente, possa aver già preso il marchio della bestia. Non è esattamente ciò che è scritto nella Parola. Per completezza d'informazione, leggiamo il cap. 14:

"Poi, un terzo angelo li seguì gridando a gran voce: «Chiunque adora la bestia e la sua statua e ne riceve il marchio sulla fronte o sulla mano, berrà il vino dell'ira di Dio che è versato puro nella coppa della sua ira e sarà torturato con fuoco e zolfo al cospetto degli angeli santi e dell'Agnello. Il fumo del loro tormento salirà per i secoli dei secoli, e non avranno riposo né giorno né notte quanti adorano la bestia e la sua statua e chiunque riceve il marchio del suo nome». Qui appare la costanza dei santi, che osservano i comandamenti di Dio e la fede in Gesù" (vv.9-12).

Il passo è chiaro: chi sarà marchiato sulla fronte o sulla mano, lo sarà dapprima nella propria anima, perché avrà accettato di adorare la bestia. Magari anche per paura, perché no? Ma di certo non "senza saperlo" o "senza volerlo". Come potrebbe il Signore condannare qualcuno che ha agito nella più totale incoscienza?

Abbiamo, anzi, letto che chi prenderà il marchio sarà un adoratore di Satana. E, infatti, costoro sono contrapposti ai santi, marchiati col sigillo di Dio sulla fronte («Non danneggiate la terra, né il mare, né gli alberi, finché non abbiamo segnato sulla fronte, con il sigillo, i servi del nostro Dio», Ap 7:3).

L'opera di Satana è sempre stata imitazione di ciò che fa lo Spirito Santo: anche stavolta, accadrà che chi avrà rifiutato il Vangelo fino alla fine, o sarà stato tiepido nelle vie di Dio, e non avrà sigillato il proprio cuore con lo Spirito Santo, finirà con l'adorare l'anticristo e col prendere il suo marchio. E non per costrizione esterna, ma per le estreme conseguenze della propria cecità o tiepidezza. Tutto questo è perfettamente in linea con quanto scritto in Ap 22:11: "Chi è ingiusto continui ad essere ingiusto, chi è immondo continui ad essere immondo, chi è giusto continui a praticare la giustizia, e chi è santo continui a santificarsi".

Comprendete quanto sia relativa la questione del marchio? L'Apocalisse ci spiega che qualcuno, purtroppo, lo prenderà. O, meglio: lo accetterà. Ma gli eletti di Dio, sigillati con lo Spirito Santo, no. Ecco perché non troviamo avvertimenti, nella Parola, riguardo al prendere il marchio- ragion per cui non dovremmo neppure interessarci di cosa sia.

Questo significa che non dobbiamo preoccuparci di nulla? Assolutamente no. Chi non si sarà piegato all'anticristo andrà incontro alla persecuzione, ragion per cui qualcuno sarà tentato di cedere. E allora, che fare? Il focus del problema dovrebbe spostarsi su tutt'altro fronte: non "come faremo a riconoscere il marchio?", bensì "come faremo a non cadere nella trappola di Satana?".

Anziché pensare al microchip, allora, preoccupiamoci di mantenerci nella santificazione quotidiana, "senza la quale nessuno vedrà il Signore" (Eb 12.14). E un buon punto di partenza può essere proprio un rinnovato studio della Parola, che ci libera dalla bestia più pericolosa per noi credenti: l'ignoranza della Parola. «Se rimanete fedeli alla mia Parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (Gv 8:32).


PERCHE' TANTI STANNO LASCIANDO LE CHIESE?

1. Non solo ferite: cosa sta succedendo davvero

Negli ultimi anni il fenomeno dell'uscita dalle chiese si sta intensificando. Le spiegazioni più comuni chiamano in causa leadership abusive, traumi spirituali e ferite non guarite, espressioni che ormai si assomigliano sempre più, ma che non vanno assolutamente minimizzate, perché la Scrittura condanna i pastori che pascono sé stessi anziché il proprio gregge (Ez 34:2–6).

Ma fermarsi a questo sarebbe riduttivo. C'è qualcos'altro che sta accadendo: una crescente attenzione per le proprie esigenze, figlia di una cultura del consumo, che ci porta a valutare ogni relazione in base a quanto ci fa sentire bene, compresi i rapporti ecclesiali. La Scrittura ci avverte che "negli ultimi giorni verranno tempi difficili, perché gli uomini saranno amanti di sé stessi…" (2 Tm 3:1–2) … e quegli uomini siamo proprio noi credenti.

E, così, l'altro viene rapidamente catalogato come "tossico", senza lasciare spazio a una domanda fondamentale: e se Dio stesse usando proprio quella situazione per lavorare sul mio cuore?

Ogni volta che ci relazioniamo con persone imperfette — e, quindi, sempre — dobbiamo mettere in conto la possibilità che si verifichino dinamiche difficili. Succede in chiesa, ma anche sul lavoro, in famiglia, nei rapporti di amicizia: non esistono contesti umani sterilizzati dal peccato. E, cosa ancora più scomoda da accettare, non siamo solo vittime di queste dinamiche: a volte ne siamo anche parte attiva. Possiamo ferire, irrigidirci, reagire male, creare tensioni. La maturità spirituale comincia quando smettiamo di leggere tutto in chiave difensiva, e iniziamo a riconoscere che siamo in piedi solo grazie al perdono continuo di Dio e di altre persone.

La Bibbia ci ricorda che "tutte le cose cooperano al bene per coloro che amano Dio" (Rm 8:28): non dice che tutte le cose sono buone, ma che Dio le usa per formarci. Se non riceviamo ciò che desideriamo, non è detto che siamo vittime di un'ingiustizia: a volte è il Signore che sta guidando la nostra crescita in direzioni che non avevamo previsto.

Mi è capitato, una volta, di fare un test di orientamento lavorativo insieme ai miei studenti e, trovandomi in un particolare momento di burnout, cercavo disperatamente di evitare risultati che mi collegassero al mondo della scuola. Eppure, il responso continuava a indicare proprio ciò che io non volevo accettare! È una dinamica che conosciamo bene anche nella fede: spesso Dio ci conduce dove non avremmo scelto, perché Lui vede ciò di cui abbiamo realmente bisogno.

«Puoi tu scandagliare le profondità di Dio? Puoi tu arrivare alla perfezione dell'Onnipotente? È più alta dei cieli: che puoi fare? È più profonda degli inferi: che ne sai?» (Gb 11:7-9). La ragione umana non può comprendere la mente di Dio.

2. Pecore senza pastore e responsabilità condivisa

Un ulteriore elemento che aggrava il fenomeno è l'iniziativa, che parte da alcuni pulpiti, di incoraggiare ad "uscire" – o, addirittura, "scappare" – da certi contesti come soluzione quasi automatica ad ogni oppressione. Ho visto i leader più sinceri scivolare nella legittimazione di scelte affrettate, nell'assurdo tentativo di proteggere le persone da chissà chi, anziché metterle in guardia da sé stesse.

Il problema è che non tutti hanno il discernimento necessario per distinguere tra una situazione realmente abusante e una stagione difficile che richiede perseveranza. Il risultato è che molti si ritrovano fuori da ogni comunità, diventando, senza rendersene conto, pecore senza pastore (Mt 9:36), con conseguenze spirituali abnormi.

Va detto chiaramente: la Bibbia non vieta da nessuna parte di cambiare chiesa. Esistono realtà dalle quali è giusto allontanarsi, soprattutto nel momento in cui si realizza di non essere in condizione di reggere determinati pesi. In tal caso, però, il Dio biblico — che non è mai cambiato — non resta in silenzio: quando c'è un reale pericolo spirituale, Egli avverte e guida chiaramente le persone fuori da ciò che può distruggerle.

In generale, non esistono contesti sempre negativi, ma contesti più o meno adatti alla formazione delle varie tipologie di discepoli. So che quello che dirò non piacerà a tutti, ma la Scrittura ci mostra che Dio può servirsi, per un tempo, di leadership imperfette e persino oppressive per compiere i Suoi propositi.

In Geremia 25:9, Nabucodonosor viene chiamato "mio servo", benché fosse un re pagano e violento, perché si lasciò usare da Dio per disciplinare Israele e distruggere il tempio. Ma poi, Dio fece i conti anche con lui: in Daniele 4, vediamo Nabucodonosor umiliato e destituito da Dio per essersi innalzato, per poi essere ristabilito solo dopo il ravvedimento. Lo stesso si verifica nei tre capitoli di Habacuc: Dio usa la violenza dei Caldei per portare al ravvedimento il popolo di Giuda, ma poi promette di giudicare anche i Caldei. Questo ci insegna due cose fondamentali: Dio può usare anche leadership sbagliate, ma nessun abuso resta impunito davanti a Lui.

3. Fuggire non forma: la resilienza nasce restando

Ogni spostamento comporta dei contraccolpi, come il rischio di non radicare mai, di vivere una fede "nomade", di passare da una comunità all'altra senza mai portare a termine i processi di crescita e, quindi, senza mai sviluppare il frutto dello Spirito, che è uno degli scopi principali della frequentazione di una comunità. Il frutto dello Spirito non cresce nelle fughe, ma nella permanenza; non nasce evitando i conflitti, ma attraversandoli con Cristo.

La Scrittura non incoraggia mai l'abbandono della comunità come via ordinaria di guarigione: al contrario, ci esorta a non trascurare la comune adunanza (Eb 10:25) e a camminare insieme, portando i pesi gli uni degli altri (Gal 6:2).

Le lettere alle sette chiese dell'Apocalisse, che rappresentano tutte le possibili tipologie di comunità, ci lasciano intravedere situazioni profondamente imperfette o compromesse, come tolleranza di false dottrine, immoralità e tiepidezza. Eppure, il Signore non dice mai ai Suoi redenti: "uscite da quella chiesa", ma chiama al ravvedimento, parla al residuo fedele e continua a operare, garantendo che Lui è al lavoro per cercare di recuperare persino Jezabel, colei che stava traviando i santi di Tiatira (Ap 2:20-23). Agli occhi di Dio, infatti, tutte le anime hanno uguale valore.

Nella mia esperienza personale, ho osservato che chi lascia una comunità ritenuta "tossica" spesso fatica, poi, a trovare una collocazione stabile e soddisfacente altrove. Perché?

Perché le chiese che ammiriamo di più sono quelle che hanno gli standard più elevati, ai quali, paradossalmente, potremmo non essere adatti. Perché chi non impara a restare quando le cose diventano difficili raramente sviluppa resilienza e fedeltà.

Sono un'appassionata di giardinaggio, e ho notato che le piante che mi riescono meglio sono quelle che ho deciso di proteggere di meno, lasciandole sempre nello stesso posto a qualsiasi condizione; un po' come successe al popolo d'Israele, che dovette fortificarsi sopportando diverse stagioni di re, alcuni giusti e altri perversi. Non tutte le epoche erano uguali: spesso, Dio chiedeva di aspettare un cambio di rotta, mentre, altre volte, interveniva drasticamente. Ma il popolo non poteva semplicemente "cambiare nazione": era chiamato a interrogarsi sulla propria responsabilità davanti a Dio. E ricordiamolo: Dio ha il controllo. Se vuole, può destituire chi non gradisce in un attimo (Dn 2:21); allo stesso modo, se intende farci raggiungere un certo traguardo, nessuno potrà opporsi: «Ed ora vi dico: ritiratevi da questi uomini e lasciateli andare; perché se questo consiglio o quest'opera è dagli uomini, sarà distrutta; ma se è da Dio, non potrete distruggerla, e badate di non trovarvi a combattere contro Dio stesso» (At 5:38-39).

A volte immaginiamo che uscire sia l'unica via possibile, ma spesso Dio ci chiama a restare, a pregare, a perseverare, ad aspettare un Suo intervento. Ci sono tempi in cui bisogna resistere e confidare in un cambiamento, e altri in cui Egli stesso apre una porta. La chiave è il discernimento, non l'impulsività.

La Scrittura è molto chiara su questo punto: Dio non disciplina per distruggere, ma per formare: «Figlio mio, non disprezzare la disciplina del Signore e non perderti d'animo quando sei da lui ripreso; perché il Signore corregge quelli che ama» (Eb 12:5–6). E ancora: «Egli ci disciplina per il nostro bene, affinché partecipiamo alla sua santità» (Eb 12:10). Questo significa che non ogni situazione difficile è un'indicazione di fuga: molte volte, è proprio il laboratorio di Dio per renderci maturi. La disciplina può passare attraverso persone imperfette, contesti scomodi, leadership fragili … ma resta sempre sotto il controllo del Padre.

4. Il mito dell'autonomia spirituale

Oggi molti pensano di poter vivere la fede in modo individuale: culto domestico, predicazioni online, spiritualità privata. Ma, se questo fosse sufficiente, il Signore non avrebbe istituito la Chiesa (Mt 16:18), non avrebbe dato ministeri (Ef 4:11–16), non avrebbe parlato di corpo (1 Cor 12) e non avrebbe stabilito autorità spirituali (Eb 13:17).

Il culto familiare è prezioso, biblico e necessario: è il primo luogo di trasmissione della fede; ma non può bastare, perché la famiglia è un sistema chiuso, mentre il Vangelo è pensato per vivere in un corpo. La Scrittura non affida mai a una sola famiglia cose come la custodia della dottrina, la correzione spirituale, il discernimento dei doni e la protezione dagli autoinganni.

In questi casi è richiesta alterità, cioè qualcuno che non sia dentro il nostro stesso circuito emotivo, affettivo e decisionale. Una famiglia tenderà sempre, anche in buona fede, a proteggere invece di correggere, giustificare invece di discernere e, in generale, interpretare tutto "dall'interno". Non è un difetto morale: è un limite strutturale. Il rischio, quindi, non è tanto l'eresia, quanto una fede non verificata e non messa alla prova.

La Chiesa è stata pensata per offrire almeno cinque risorse irrinunciabili:

a. Correzione esterna, cioè qualcuno che possa dire: "qui ti stai sbagliando" senza che sia percepito come un tradimento affettivo.

b. Confronto reale: non persone "come noi", ma doni diversi, con letture ed esperienze diverse.

c. Disciplina spirituale, che non è punizione, ma protezione per la maturazione del credente.

d. Donarsi reciproco: nella famiglia si dà per ruolo, mentre nella Chiesa si dà soprattutto per grazia.

e. Copertura spirituale, non nella forma del controllo istintivo, ma di responsabilità condivisa davanti a Dio.

Quando una famiglia rifiuta ogni riferimento esterno, quindi, spesso non sta difendendo la fede, ma la propria interpretazione della fede.

5. I "mostri" ecclesiali e la nostra parte di responsabilità

Molti credenti, quando si trovano davanti a fenomeni come nepotismo, personalismi o leadership accentratrici, li leggono quasi esclusivamente in chiave spirituale. Si parla di "spiriti sbagliati", di "uomini carnali", di "chiese malate"; in questa lettura, il credente si percepisce soprattutto come vittima di dinamiche più grandi di lui, dalle quali proteggersi.

Ma la verità è che può trattarsi, semplicemente, di meccanismi umani non governati, e che prosperano nella mancanza generale di maturità. Il "nepotismo", ad esempio, classificato come avidità di potere, spesso si radica nel silenzio di comunità che hanno delegato tutto a pochi, perché nessuno riesce a garantire fedeltà nel tempo, inducendo i leader ad affidarsi ai propri familiari. I personalismi non emergono solo perché qualcuno vuole primeggiare, ma anche perché molti preferiscono farsi guidare da una figura forte piuttosto che dallo Spirito Santo. La mancanza di ascolto spirituale, spesso, è solo assenza di reciprocità: chiedere l'attenzione della comunità solo quando si hanno problemi non è il miglior modo per stabilire una relazione di successo.

Siamo onesti: cosa succede, nelle nostre case, quando qualcuno decide di non esercitare attivamente la propria parte di responsabilità?

Il problema non è soltanto "chi guida", ma come il corpo vive la propria vocazione. Cristo è venuto a formare il Suo corpo, non ambienti perfetti. La Chiesa, come la famiglia, non è pensata per essere un pubblico passivo, ma un organismo, in cui ogni membro è chiamato a crescere, parlare con verità, esercitare discernimento e amore. Dove questo viene meno, anche la leadership più sana rischia di deformarsi; e dove la leadership è debole o sbilanciata, il silenzio dei credenti diventa complicità involontaria.

Non tocca solo ai leader plasmare la cultura di una chiesa: la cultura nasce dal popolo, o, meglio, da come il popolo risponde quando si propone la cultura del Regno. Comunità instabili producono leadership difensive; credenti poco radicati alimentano sistemi di controllo; fedeli che scappano alla prima difficoltà rendono fragile l'intero corpo. Siamo tutti parte del problema, ma possiamo essere tutti parte della soluzione.

6. L'unica soluzione possibile

Lasciare una chiesa non è sempre azzardato. Esistono situazioni estreme, e Dio sa come liberare i Suoi quando il pericolo è reale. Ma trasformare l'uscita in una risposta automatica al disagio è spiritualmente pericoloso.

Le cose sarebbero diverse se comprendessimo davvero questo: nulla di ciò che ci accade sfugge al permesso di Dio. Ogni persona che incontriamo, ogni relazione che ci mette alla prova, non è lì per snervarci inutilmente, ma soprattutto per affinarci. Come dice la Scrittura, il ferro affila il ferro (Pr 27:17): e il ferro, per affilare, deve stridere.

La Bibbia mostra più volte che Dio salva città, popoli e comunità non perché a un certo punto tutti cambiano, ma perché qualcuno sceglie di restare in piedi davanti a Lui. A volte è un profeta, a volte un uomo povero e dimenticato (Ec 9:14-15).

Il problema, oggi, è che stiamo perdendo la capacità di attraversare il dolore, di lasciarci formare invece di difenderci. Viviamo in una generazione che confonde la pace con l'assenza di conflitto, e la guida di Dio con ciò che ci fa sentire meglio. Ma la Scrittura ci mostra un'altra via: quella della perseveranza, della fedeltà, della responsabilità personale. La vera domanda, allora, non dovrebbe essere: «In quale comunità mi trovo meglio?», ma: «Dove mi trovo adesso, Cristo ha spazio per lavorare più profondamente in me?».

Non torniamo semplicemente alle strutture, né cerchiamo ambienti più confortevoli. Torniamo al primo amore (Ap 2:4), a Cristo in noi, speranza di gloria (Cl 1:27), perché è Lui — e non l'ambiente ideale — il Pastore delle nostre anime (1 Pt 2:25). E tornare a Cristo significa inevitabilmente tornare alla croce, comprendendone il significato. La croce non è solo il luogo del perdono, ma quello in cui il nostro ego viene messo a morte, dove impariamo che la vita cristiana non si fonda sull'autodifesa, ma sulla resa. È lì che cessiamo di chiederci cosa ci spetta e iniziamo a domandarci cosa Dio sta formando in noi.


AMORE INCLUSIVO E UNITA' DELLA CHIESA: COSA DICE LA BIBBIA

Parlare di unità della Chiesa, oggi, è una sfida. Il mondo globale si avvia verso l'unificazione del pensiero, e questo non ci rassicura: sappiamo a cosa prelude. L'idea globalista di "unità" non è altro che la tolleranza di tutto ciò che rispetta una serie di standard umani. Ma sono anche gli standard biblici?

1. Nessuna unità senza verità

Per quel che penso, il concetto biblico di "unità" si può risolvere nel versetto 17 del capitolo 17 di Giovanni, in cui Gesù prega il Padre dicendo: "Consacrali nella verità. La tua parola è verità".

A dispetto di quanto si crede comunemente, cioè, il fulcro della famosa "preghiera sacerdotale" non è l'unità, ma la verità, senza la quale non può esserci alcuna unità. Mi spiego meglio.

Come afferma il noto evangelista Paul Washer, se non siamo d'accordo sugli attributi di Dio, c'è poco da fare, non può esserci unità tra di noi. La maggior parte dei credenti non farebbe alcuna fatica a riconoscere che Dio è onnisciente, onnipresente ed eterno, ma come la mettiamo quando dichiariamo anche che Egli è giusto, e però permette anche il male? Che Egli è uno, e quindi non divide la Sua gloria con nessuno? Che Egli è santo, e quindi richiede santità?

Faccio un esempio pratico. Se io e te volessimo iniziare un rapporto di amicizia, ma tu avessi una pessima e ingiusta idea di mio padre, quanto sarebbe possibile tutto ciò? Se tu andassi in giro dicendo cose non vere di lui, o addirittura offensive, come potresti venire a casa mia?

Quando Gesù inizia a pregare il Padre, gli dice di non voler pregare per il mondo, ma per coloro che Gli sono stati dati (9). C'è una prima e importante scrematura, che è operata dalla verità.

Si noti che Gesù parla di due uniche possibilità: "quelli che mi hai dato" oppure "il mondo". Più tardi, Gesù rincara la dose e dice "Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo" (15-16).

Insomma, come possiamo reputare "Suo" qualcuno che non ha neanche voglia di aprire la Bibbia per vedere se il proprio Dio corrisponda a quello che è raccontato dalla Genesi all'Apocalisse? Qualcuno che non riconosce che Gesù è esattamente ciò che dice di Sé stesso nella Sua Parola?

E, se è vero che non chiunque dice "Signore, Signore" sarà da Lui riconosciuto, la questione su chi sia Chiesa e chi no è presto risolta.

2. Amore "inclusivo"? Anche no!

Inutile parlare di amore "inclusivo", se Gesù, l'amore in persona, non lo ha fatto; se Giovanni, l'"apostolo dell'amore", ha definito "anticristo" colui che nega il Padre e il Figlio (1Gv 2:22), posto che "chiunque nega il Figlio, non ha neanche il Padre" (22).

Allora cosa dire di tutte quelle brave persone che credono genericamente in Dio, pur non accettando la verità biblica? Non possiamo tentare di instaurare una sorta di comunione anche con loro?

In 2 Corinzi 6:14-15, Paolo esorta così la Chiesa: "Non vi mettete con gli infedeli sotto un giogo diverso, perché quale relazione c'è tra la giustizia e l'iniquità? E quale comunione c'è tra la luce e le tenebre? E quale armonia c'è fra Cristo e Belial? O che parte ha il fedele con l'infedele?".

Duro, vero? Però non sembra esserci scampo: come Gesù distingue senza indugio i Suoi dal mondo, anche l'apostolo bipartisce nettamente la situazione. Quindi la risposta è no, non può esserci comunione. Il punto è che Gesù non ha pregato per rendere unito ciò che non si può unire. Non ha pregato per fare un ibrido accettabile ai più.

3. Non siamo stati chiamati a unificare la Chiesa

Diamo uno sguardo a quest'altra richiesta di Gesù al Padre: "Custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi. Quand'ero con loro, io conservavo nel tuo nome coloro che mi hai dato e li ho custoditi" (11-12).

Domanda. Il Padre avrà ascoltato, o no, la richiesta del Figlio? Beh, io credo di sì. Non c'è niente da aggiungere. L'unità dei credenti è stata già compiuta da Dio, nel Suo nome, e a noi non tocca altro. Non siamo stati chiamati a unificare la Chiesa.

Non solo: la preghiera di Gesù si estende anche a coloro che dovranno credere in futuro: "Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me; perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato (Gv 17: 20-21).

Il mondo, cioè, non è impressionato dall'ecumenismo, ma dal fatto che persone di diverse lingue, nazioni e tribù, in diverse epoche, siano unite in Cristo. Come? Attraverso la Sua gloria data a noi. "E la gloria che tu hai dato a me, io l'ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell'unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me" (22-23).

Immagino che anche questa preghiera sia stata già esaudita, soprattutto perché Gesù afferma di aver già dato la Sua gloria ai Suoi, in ogni tempo e luogo. Riassumendo Giovanni 17, in particolare, emerge che Gesù ha realizzato:

- L'UNITA' DEL FIGLIO COL PADRE (21)

- L'UNITA' DEL CREDENTE CON CRISTO (22)

- L'UNITA' DEI CREDENTI DI TUTTE LE EPOCHE (20)

4. Il nocciolo della questione: l'unità visibile

Il problema è che l'obiettivo biblico dell'unità viene spesso mancato. Non si tratta, infatti, dell'unità di tutti coloro che si definiscono credenti, ma dei "Suoi", cioè di coloro che appartengono a Cristo. Ciò che Cristo ha fatto nell'invisibile, ora va reso visibile.

Allo stesso modo, sappiamo che Cristo ha reso santa la Sua sposa; ora, si tratta di camminare in santità.

Leggiamo Efesini 4:1-6:

"Io dunque, il prigioniero per il Signore, vi esorto a camminare nel modo degno della vocazione a cui siete stati chiamati, con ogni umiltà e mansuetudine, con pazienza, sopportandovi gli uni gli altri nell'amore, studiandovi di conservare l'unità dello Spirito nel vincolo della pace. Vi è un unico corpo e un unico Spirito, come pure siete stati chiamati nell'unica speranza della vostra vocazione. Vi è un unico Signore, un'unica fede, un unico battesimo, un Dio unico e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, fra tutti e in voi tutti".

In poche parole, Paolo sta definendo l'unità dottrinale della Chiesa, perché la garanzia dell'unità è data dalla verità, come abbiamo visto in in Gv 17:17. Schematizzando, l'unità dottrinale consiste in:

  • Un UNICO CORPO: la chiesa, il cui capo è Cristo (4)
  • Un UNICO SPIRITO: lo Spirito Santo, che opera ravvedimento, conversione, prodigi, miracoli e dispensa doni e ministeri (4)
  • Un'UNICA SPERANZA: la speranza nella resurrezione finale e nella gloria eterna (4)
  • Un UNICO SIGNORE: Gesù Cristo, unica Via che porta al Padre (5)
  • Un'UNICA FEDE: la fede nel sacrificio liberatorio di Cristo (5)
  • Un UNICO BATTESIMO: il battesimo per immersione (5)
  • Un UNICO DIO E PADRE: il Dio trino, che ha fatto ogni cosa per Cristo e attraverso Cristo (6)

Chi ha queste cose (e non chi non le ha) deve sforzarsi di rispecchiarle in modo visibile, "nel vincolo della pace". Questa è la sfida!

Non ci sono altre chiamate. Non dobbiamo aprire "tavole rotonde" per ridiscutere le intenzioni di Dio. Non possiamo illuderci di avere qualcosa in comune con chi non ha la verità, anzi: sforziamoci piuttosto di mostrargliela! Anziché tranquillizzare la coscienza di chi è lontano, mettiamogli un pungolo, sapendo che ne va della salvezza.

È possibile realizzare l'unità a livello visibile? La Parola ci dice di sì.

Nel giorno di Pentecoste, i discepoli "erano tutti riuniti con una sola mente nello stesso luogo" (At 2:1). Dunque:

- UN'UNICA MENTE

- UN UNICO LUOGO

E man mano che la Chiesa cresceva, "il gran numero di coloro che avevano creduto era di un sol cuore e di una sola anima; nessuno diceva esser suo quello che aveva, ma tutte le cose erano in comune fra di loro" (At 4:32). Dunque:

- UN UNICO CUORE

- UN'UNICA ANIMA

La Chiesa primitiva sperimentò la potenza di Dio innanzitutto perché ubbidì al comando di Gesù di non allontanarsi da Gerusalemme per aspettare la promessa dello Spirito Santo (At 1:4). Si ritrovò, dunque, riunita (unico luogo) per un unico scopo (unica mente).

A questo punto, chiediamoci: possiamo dire lo stesso di noi e della nostra chiesa locale? Abbiamo un unico scopo? E se sì, qual è?

È proprio questo che ha in mente l'apostolo Paolo, quando scrive, in Filippesi 2:2-7:

"Rendete perfetta la mia gioia, avendo uno stesso modo di pensare, uno stesso amore, un solo accordo e una sola mente non facendo nulla per rivalità o vanagloria, ma con umiltà, ciascuno di voi stimando gli altri più di sè stesso. Non cerchi ciascuno unicamente il proprio interesse, ma anche quello degli altri. Abbiate in voi lo stesso sentimento che già è stato in Cristo Gesù, il quale, essendo in forma di Dio, non considerò qualcosa a cui aggrapparsi tenacemente l'essere uguale a Dio, ma svuotò sé stesso, prendendo la forma di servo, divenendo simile agli uomini".

Come Gesù ha pregato per la chiesa universale, Paolo lo ha fatto per quella locale. È da qui che dobbiamo partire, e realizzare:

- UN SOLO MODO DI PENSARE (2)

- UN SOLO AMORE (2)

- UN SOLO ACCORDO (2)

- UNA SOLA MENTE (2)

- UN SOLO SENTIMENTO (5)

Ma è proprio l'unità il messaggio di Paolo, in questo caso?

5. La strada maestra: la santità

Mi sembra che l'apostolo si focalizzi piuttosto su come arrivare all'unità, quindi sulla santità. La conseguenza dell'imitare Cristo, che si umiliò fino a "svuotare sé stesso", è l'amore. Da esso deriva l'unità.

Schematizzando: Verità→ Santità→ Amore→ Unità. Paradossalmente, però c'è qualcuno che pensa che si possa invertire il processo!

Perché non riusciamo più a realizzare tutto ciò?

C'è un problema grave che affligge la chiesa contemporanea, che non è assolutamente la mancanza di unità con chi non ha il Cristo biblico, bensì la mancanza di coerenza con la Parola di Dio.

La parola co-haerentia fa riferimento a un'unione stretta a indissolubile con qualche cosa. A chi siamo uniti?

In virtù di Giovanni 17 sappiamo che siamo uniti al Padre, in Cristo. Ma l'abbassamento degli standard di santità a cui stiamo assistendo sta avendo conseguenze catastrofiche.

La questione non è che non ci sono buone relazioni tra credenti, ma che i credenti non hanno una buona relazione con sé stessi. Spesso la santità viene vissuta come una serie di privazioni, anziché come un obiettivo glorioso, e così non c'è coerenza tra lo Spirito e l'anima, essendo quest'ultima travolta dalle attrattive/sollecitudini di questo mondo.

Il credente moderno soffre di una forte dissociazione spirituale ed emotiva, perché, anziché separare da sé stesso ciò che non è buono, preferisce separare la vita ecclesiale rispetto a quella privata, e quest'ultima rispetto alla vita pubblica, entrando di volta in volta in modalità differenti. Relativizzare la Parola di Dio significa impedirle di guarire la persona, e così anche le relazioni.

E questa era la preoccupazione di Gesù. Prima di buttarci nella girandola delle conferenze psicologiche sulle relazioni, quindi, dovremmo tornare a insegnare che la Parola è l'unica cura alla nostra personale dissociazione -e conseguente incoerenza.

"La parola di Dio, infatti, è viva ed efficace. È più tagliente di qualunque spada a doppio taglio. Penetra a fondo, fino al punto dove si incontrano l'anima e lo spirito, fin là dove si toccano le giunture e le midolla. Conosce e giudica anche i sentimenti e i pensieri del cuore. Non c'è nulla che possa restar nascosto a Dio. Davanti ai suoi occhi tutte le cose sono nude e scoperte. E noi dobbiamo rendere conto a lui" (Eb 4:12-16).

Lavorare per l'unità significa lavorare per la santità. Decidere di fare aderire ogni cosa di noi stessi agli standard di Dio è il presupposto-base per recuperare l'integrità della nostra persona e delle nostre relazioni.

Il requisito è la verità; l'obiettivo è l'unità visibile; il mezzo è la santità, da cui scaturisce l'amore.

Dio ci benedica!


IL CASO DI GIUNIA: 

UNA DONNA APOSTOLO?

Chi l'avrebbe mai detto, qualche anno fa, che avremmo assistito a una tale apertura del mondo evangelico pentecostale al ministero femminile?

Ci riferiamo non solo alla predicazione e all'esortazione, ma anche al governo di chiesa; si sente parlare, sempre più spesso, di donne apostolo, e la cosa non manca di suscitare qualche polemica. Tuttavia, la questione non è assolutamente nuova.

C'è un verso, nella Parola di Dio, che fa discutere, perché sembra lasciar intravedere la presenza di una donna apostolo nella chiesa primitiva. Sarà veramente così?

Leggiamo da Romani 16:7: "Salutate Andronico e Giunia, miei parenti e compagni di prigione, i quali sono segnalati fra gli apostoli, e anche sono stati in Cristo prima di me".

I punti controversi sono i seguenti:

1. "Giunia" è il nome di un uomo o di una donna?

2. Cosa vuol dire che Giunia e Andronico erano "segnalati tra gli apostoli"? Che erano noti agli apostoli oppure che erano apostoli di rilievo?

È evidente, infatti, che, se Giunia risultasse sia una donna, che un apostolo, avremmo un precedente biblico che legittima l'apostolato femminile.

Ma andiamo con ordine.

1. L'identità

Giunia è al 100% un nome di donna. Ci rendiamo conto che non tutti concordano, ma è chiaro che il motivo è soprattutto ideologico, visto che le argomentazioni a favore del "Giunia uomo" sono pari a zero.

Giunia è un nome romano (Iunia), ma nel Nuovo Testamento è traslitterato in greco (Ἰουνιά= Iunià).

Nel sistema dei nomi romani, il nome principale era quello della gens di appartenenza, ossia del clan che raggruppava un certo numero di famiglie (gens Fabia, Iulia, Claudia, Licinia, ecc.). Essendo tale nome un aggettivo della gens, l'uomo prendeva il nome della gens al maschile, la donna al femminile (Fabius/Fabia; Claudius/Claudia; ecc.) 1.

Dunque, il nome "Giunia", che in latino è "Iunia", doveva essere il nome della gens al femminile, cioè un nome di donna; se Giunia fosse stato un uomo, la traslitterazione biblica in greco sarebbe stata ουνιός, cioè il corrispettivo del latino Iunius (Giunio).

Abbiamo una documentazione storica ricchissima che comprova che i nomi Iunia (Giunia) e Iunius (Giunio) venivano usati, rispettivamente, per la donna e per l'uomo; non esiste alcuna attestazione che il nome Iunia possa essere stato mai usato per un uomo, mentre per la donna ricorre almeno 250 volte 2.

A conferma di tutto ciò, c'è da dire che la Chiesa Ortodossa ha sempre considerato Giunia una donna, oltre che moglie di Andronico, e festeggia i due il 30 giugno (Santi Andronico e Giunia di Roma Sposi, discepoli di San Paolo).

Santa Giunia, venerata dalla Chiesa Ortodossa.
Santa Giunia, venerata dalla Chiesa Ortodossa.

Viceversa, la Chiesa Cattolica non annovera i due nell' Elenco dei santi e beati, e mette in discussione l'identità di Giunia, ventilando la possibilità che questo nome possa essere la contrazione di "Giuniano", nome maschile. Proprio per questo, la versione della Bibbia C.E.I afferma che Andronico e Giunia erano "eminenti apostoli", dunque uomini.

In realtà, i Padri della Chiesa consideravano Giunia una donna; in particolare, Giovanni Crisostomo (354?-407) la riteneva anche un apostolo: "Quanto grande è la devozione di questa donna che essa sia reputata degna dell'appellativo di apostolo!" (Omelia su Romani 16) 3.

Nessuno, cioè, si scandalizzava che una donna fosse coinvolta nel ministero. Le cose si misero diversamente solo a partire dal XIII secolo secolo, quando, in ambito cattolico, papa Bonifacio VIII decise di limitare drasticamente l'influenza delle donne nel servizio ecclesiale, per esempio introducendo la clausura per le monache: in questo periodo, si iniziò a discutere se, dietro il nome di Giunia, non si nascondesse piuttosto la figura di un apostolo maschio, e alcuni copisti medievali, influenzati in tal senso, diedero vita al Giunia apostolo.

Non così in ambiente protestante (tre secoli dopo), dove questa discussione non è presente; infatti, dopo la riforma (XVI secolo), le principali traduzioni della Bibbia, tra cui la famosa King James, si sono basate sul confronto con la Vulgata di Girolamo in Latino, che segue fedelmente l'originale greco. Solo la Bibbia C.E.I, che fa a meno della Vulgata ma accoglie anche libri non canonici, si spinge a usare l'espressione "eminenti apostoli".

È stato il Cattolicesimo, quindi, a costruire l'idea di un Giunia uomo e apostolo, per motivi ideologici e storici.

Potrebbe essere stata, Giunia, la moglie di Andronico? È molto verosimile. Abbiamo diversi elementi a supporto:

a. Nello stesso capitolo che stiamo analizzando, ai vv. 3-4, Paolo cita un'altra coppia di servi: Aquila e Priscilla: "Salutate Priscilla ed Aquila, miei compagni d'opera in Cristo Gesù, i quali hanno rischiato la loro testa per la mia vita; a loro non solo io, ma anche tutte le chiese dei gentili rendono grazie".

I due sono citati insieme perché la coppia è considerata una cosa sola, che ha lavorato nello stesso senso per Dio e per la Chiesa (collaborando con Paolo e rischiando per lui la vita). Ricorda moltissimo il caso di Andronico e Giunia.

Tra l'altro, non si può escludere che Giunia e/o Andronico, parenti di Paolo in qualche modo, fossero Giudei romanizzati, esattamente come Aquila e Priscilla, visto che la comunità giudaica era molto fiorente a Roma in quel tempo e sembra che proprio lì fosse stato predicato il Vangelo in fase iniziale.

Un caso simile di "coppia mista", formata da moglie giudea e marito greco, è quello dei genitori di Timoteo: "Or egli giunse a Derbe e a Listra; qui c'era un discepolo, di nome Timoteo, figlio di una donna giudea credente, ma di padre greco" (Atti 16:1). Questo fenomeno era diffuso nell'impero ormai "globalizzato" del I secolo.

b. Paolo dice che questa coppia gli è parente, ma il nome di Andronico è greco, mentre quello di Giunia è romano. All'epoca non esiste ancora la moda di imporre nomi "esterofili", quindi il nome rivela la provenienza, almeno quella familiare.

In più, Andronico e Giunia risiedono a Roma, si sono convertiti prima di Paolo e appartengono a una chiesa non fondata da lui. Adottando il criterio "economico", per dirla con alcuni storici, è più probabile che un/una parente di Paolo avesse sposato uno/una straniero/a, e che poi i coniugi si fossero convertiti, piuttosto che Paolo avesse due parenti stranieri, ma di diversa provenienza, casualmente risiedenti entrambi a Roma e convertitisi pressoché insieme!

2. Il ruolo

Chiarita l'identità femminile di Giunia, occupiamoci della questione successiva: può, Giunia, essere stata un apostolo?

Andiamo al testo biblico e prendiamo il pezzo controverso, e cioè quello che noi traduciamo "segnalati fra gli apostoli", mentre la traduzione C.E.I. riporta "eminenti apostoli". La traduzione della Vulgata di Girolamo, che segue letteralmente l'originale greco 4, è "nobiles in apostolis": la resa più letterale è "nobili/eminenti/segnalati, ecc. fra gli apostoli", e non "eminenti apostoli"; in quest'ultimo caso, infatti, Paolo avrebbe potuto scegliere la forma più snella "nobiles apostoli".

Non abbiamo ancora, però, la soluzione all'enigma. Cosa si intende con questa espressione? Che Andronico e Giunia erano di rilievo "agli occhi" degli apostoli" o "nel numero" degli apostoli?

La stessa ambiguità si ritrova in Atti 15:22, quando gli apostoli decidono di mandare ad Antiochia Giuda e Sila, "uomini stimati tra i fratelli". L'autore di Atti è Luca, il quale, come Paolo, non ha utilizzato la forma più snella "fratelli stimati". Dunque, dobbiamo dedurre che Giuda e Sila godevano di buona considerazione tra i fratelli: allo stesso modo, possiamo dire che Andronico e Giunia godevano di buona considerazione tra gli apostoli.

C'è un ultimo argomento, che mi sembra non trascurabile, a smentire la possibilità che Giunia e Andronico possano essere stati due apostoli di rilievo, ed è che i due non vengono mai citati tra gli apostoli o le "colonne" della chiesa nel libro degli Atti, che è il racconto più preciso delle vicissitudini della chiesa primitiva.

Eppure, stando alle parole di Paolo, Giunia e Andronico avevano dato prova di valore, e all'epoca, gli apostoli venivano scelti soprattutto tra coloro che avevano messo a rischio la vita per il Vangelo, mentre coloro che erano fuggiti venivano diffidati presso le varie chiese. Quindi, quale sarebbe stato il motivo per non citarli in Atti?

E, invece, vediamo che, ogni volta che si scelgono degli "inviati" (è questo il significato di "apostoli"), non si fa mai il nome di Giunia e Andronico. Il motivo è che i due non avevano un incarico spirituale presso le chiese.

La soluzione più probabile è che Giunia e Andronico siano stati una coppia di servizio, esattamente come Aquila e Priscilla, e che si fossero segnalati per aver, innanzitutto, servito gli apostoli (come Aquila e Priscilla), pur non avendo un mandato ministeriale tra le comunità cristiane.

Ci ripromettiamo di approfondire in un articolo dedicato la questione dell'apostolato femminile. Dio ci benedica!


NOTE:

1 All'uomo toccavano anche un prenome (che a volte era un numero di successione, es. "Decimus"),e un cognome, cioè un soprannome caratterizzante, mentre alla donna solo un numero di successione o ordine di nascita ("maggiore" (maior)/ "minore" (minor), e in alcuni casi anche un altro nome di famiglia, propria o del marito. Ad esempio:

MASCHIO: Marcus Tullius Cicero (prenome, nome della gens, soprannome)

FEMMINA: Tullia Prima o Tullia Maior (nome della gens, numero/ordine di nascita)

2 Citiamo solo qualche esempio, con tanto di fonti storiche come prova:

-Personaggi storici col nome di Giunia:

Giunia Calvina (poetessa e filosofa romana del I secolo a.C., donna "bella e procace" secondo Tacito in Annales 12.4.1, figlia di Marco Giunio Silano Torquato).

Giunia Claudia (morta nel 36, prima moglie dell' imperatore Caligola secondo Cassio Dione, in Storia romana, lviii.25.2 e Svetonio in Vite dei Cesari, Caligola, 12.1).

Giunia Seconda (morta nel 30 a.C., figlia del console Decimo Giunio Silano, sorella uterina di Marco Giunio Bruto, moglie del triumviro Marco Emilio Lepido, stando a Tito Livio, Periochae CXXXIII, 3; Velleio Patercolo, Historiae Romanae ad M. Vinicium consulem libri duo, II 88, 1-3; Seneca, De brevitate vitae 4, 5; De clementia I 9, 6; Svetonio, Augusto 19, 1).

Gunia Terza (morta nel 22 d.C., terzogentita di Decimo Giunio Silano, sorella uterina di Marco Giunio Bruto, moglie di Cassio Longino, stando a Tacito, Annales, III, 76).

-Personaggi storici col nome di Giunio:

Giuni Bruti

Lucio Giunio Bruto: fondatore della Repubblica romana nel 509 a.C.

Lucio Giunio Bruto: leader della secessione della plebe sul Monte Sacro nel 494 a.C., uno dei primi a ricoprire la carica di tribuno della plebe (Dion.6, 70), prese il cognomen di Bruto senza averne alcun diritto.

Decimo Giunio Bruto Sceva: console nel 325 a.C. assieme a Lucio Furio Camillo (Livio VIII, 12, 29).

Gaio Giunio Bubulco Bruto: console nel 317, 313 e 311 a.C. magister equitum durante la dittatura di Lucio Papirio Cursore.

Decimo Giunio Bruto Albino: uno degli assassini di Cesare (44 a.C.), nato nell'84 a.C., adottato da Aulo Postumio Albino.

Giuni Silani

Marco Giunio: combattente nella II guerra punica con Scipione, in Spagna, dove nel 211 a.C., batté Annone e Magone.

Decimo Giunio Silano Manliano: condannato dal padre nel 141 a.C.

Marco Giunio Silano: console nel 109 a.C., sconfitto dai Cimbri.

Marco Giunio Silano: pretore nel 77 a.C. e proconsole in Asia nel 76 a.C.

Decimo Giunio Silano: console nel 62 a.C. con Licinio Murena, patrigno di Bruto.

3 Almeno altri 17 Padri latini parlano di Giunia al femminile, come Origene di Alessandria (Epistolam ad Romanos Commentariorum 10, 23; 29), e Girolamo (Liver Interpretationis Hebraicorum Nominum 72, 15).

4 ἐπίσημοι ἐν τοῖς ἀποστόλοις


L'OTTIMISMO A TUTTI I COSTI: UNA MISSIONE NON BIBLICA

Essi curano alla leggera la piaga del mio popolo; dicono: "Pace, pace", mentre pace non c'è (Gr 6:14).

Chi canta canzoni a un cuore afflitto è come chi si toglie il vestito in un giorno di freddo e come aceto sulla soda (Pr 25:20).

1. Attirare il positivo?

Stiamo vivendo giorni davvero caotici, e credo che siamo tutti d'accordo nel riconoscere in questa epoca i segnali di un vistoso giro di boa in senso anticristiano, ma... avete notato? Per molti sembra tutto relativo e poco degno di importanza. Persino la constatazione che "siamo negli ultimi tempi" è diventato uno slogan di rassegnazione, e ha perso la sua spinta propulsiva. Si preferisce non parlare delle cose "negative" e concentrarsi solo su Gesù ("positivo").

Strano, perché Gesù non ha mai lasciato i Suoi discepoli con un palmo di naso. È vero, ha usato un linguaggio duro per orecchie dure: ma ha soddisfatto la sete di tutti. Non ha aspettato che Gli chiedessero risposte: le ha fornite in anticipo. E, quando ha rivelato gli avvenimenti della fine, si è premurato di dare ai Suoi istruzioni ben precise su come comportarsi, cosa fare, cosa non fare: il Suo discorso in proposito si estende per ben 47 versetti (Mt 24:4-51) e il succo è questo: "Preparatevi!".

Ultimamente siamo stati contattati da alcuni fratelli che volevano condividere con noi il peso di quello che sta succedendo nel nostro Paese, perché nel contesto di provenienza le loro preoccupazioni venivano minimizzate. Esistono addirittura realtà in cui viene insegnata la pratica di respingere tutto ciò che è negativo, nella convinzione che questo possa "attirare il positivo"; le persone vengono invitate a "rinnovare la propria mente" nel senso di sforzarsi di non nominare le cose poco piacevoli. Ma la domanda che ci poniamo è: è biblico tutto questo?

2. Gesù non era un ottimista

Gesù era profondamente empatico. Cercava il contatto con le persone non solo per "fare" qualcosa, ma soprattutto per stabilire una sintonia con i loro cuori. Poteva andare in una casa di gioia come in una casa di lutto, e passava tanto tempo ad ascoltare la gente; in ogni caso, aveva una risposta "condita con sale" da dare a ciascuno. E questa risposta non era mai tesa a minimizzare la gravità della situazione o "respingere il negativo".

Quando Gli riferirono che Lazzaro era morto, Gesù pianse. Sapeva che di lì a poco lo avrebbe resuscitato, ma in quel momento preferì dare peso alla gravità della circostanza e condividere il proprio dolore con i familiari del defunto. E questo succede esattamente anche a noi: Gesù simpatizza con i nostri affanni, prima di guarirci da essi.

Notate cosa dice Paolo in Filippesi 4:8: "In conclusione, fratelli, tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri". Non solo ciò che è positivo o "attrae positività". C'è una indubbia sete di verità nel popolo di Dio che non si può accantonare, come abbiamo letto nel verso di Geremia posto a inizio articolo. La missione della Chiesa non è quella di seminare ottimismo, ma (anche) quella di dare risposte fondate sulla verità della Parola.

3. Come deve essere la Chiesa?

La Chiesa non è chiamata a estraniarsi dal mondo per seguire un corso "parallelo" o alternativo, ma a camminare "nel mondo" cercando di contaminarsi il meno possibile. Gesù nominò fatti e persone specifiche che avrebbero avuto parte in causa nella vita dei discepoli, ed erano tutte circostanze che potremmo definire "negative" per loro. Ma ciò che contava era che i discepoli sapessero come regolarsi rispetto ad esse, a suo tempo. Guai se avessero sottovalutato le parole di Gesù. E a maggior ragione noi!

Allora affrontiamo la realtà in cui viviamo a viso aperto, e smettiamola di "cantare canzoni ai cuori afflitti". Se siamo realmente convinti che, per noi cristiani, è già scritto un lieto fine, utilizziamo i doni che abbiamo per accogliere le perplessità dei più deboli, senza dissimulazioni. Accogliamo gli arrabbiati, e non cerchiamo di allontanarli perché "negativi". Attacchiamo bottone con i solitari, cha magari si trascinano un peso che nessuno ha preso in carico. Non banalizziamo ciò che hanno da dire solo perché il problema è il loro rapporto con la politica, le istituzioni o gli avvenimenti contemporanei: è lo Spirito che avverte la Chiesa!

E non cerchiamo di essere "ottimisti", ma piuttosto "realisti"; non "positivi" a tutti i costi, ma "pronti"; non allineati alla mentalità di questo mondo, ma "biblici".

Dio ci benedica!


LA CHIESA DI OGGI: LA SPOSA NERA E MALATA D'AMORE

Io sono nera ma bella, o figlie di Gerusalemme, come le tende di Kedar, come le cortine di Salomone.

Non guardate se son nera, perché il sole mi ha abbronzata. I figli di mia madre si sono adirati con me; mi hanno posto a guardia delle vigne, ma la mia propria vigna non l'ho custodita.

(Ca 1: 5-6)

Sostenetemi con focacce d'uva, ristoratemi con pomi, perché io sono malata d'amore.

La sua sinistra è sotto il mio capo e la sua destra mia abbraccia.

(Ca 2:5)

1. Un libro criptico

Quando ho studiato il Cantico dei Cantici all'università, in occasione di un corso di storia del Cristianesimo, non ho realizzato quasi nulla del prezioso messaggio che questo libro ha in serbo per la Chiesa di oggi. Nonostante il commento di un noto teologo, autore di un libro sulla materia, non ho ricevuto alcuna rivelazione significativa che potesse illuminarmi sul significato della travagliata storia d'amore tra Salomone, lo Sposo (figura di Cristo) e la Shulammita, sua Sposa (figura della Chiesa).

Ci sono tornata diversi anni dopo e ci ho passato sopra una notte intera, ma senza successo.

2. La rivelazione

Poi, un giorno, è accaduto qualcosa. Stavo meditando su un'immagine che gira parecchio sui social e rappresenta la chiesa come una bellissima sposa-guerriera vestita di bianco. Ho sentito chiaramente dentro di me: "Vedi questa figura? Molti credenti si illudono di potersi rispecchiare in qualcosa del genere mentre sono su questa terra; tuttavia, essendo mancanti e fallaci, vivono un'intensa frustrazione. Eppure la Parola ha una soluzione per guarire da questa condizione".

La mia mente è andata subito alla Sposa nera del Cantico dei Cantici: finalmente riuscivo ad afferrare tutto ciò che il Signore voleva dirmi. Ma procediamo con ordine.

La prima cosa che salta all'occhio, leggendo il Cantico, è, appunto, il fatto che la Sposa si definisca "nera" perché "abbronzata dal sole", ma "bella". La Chiesa terrena è così: segnata, ma bella. Perché Dio (il Sole) ci santifica giorno dopo giorno, bruciando le nostre carnalità, fino a renderci persino riconoscibili da chi ci guarda. E questo ci rende disprezzabili agli occhi del mondo, ma desiderabili a quelli dello Sposo.

In generale, però, affrontiamo questo momento di "lavorazione" da parte di Dio con grande insofferenza. Perché? Ce lo spiega proprio la Sposa: siamo malati d'amore e desideriamo stringere tra le mani qualcosa che ci appaghi nell'immediato. "Sostenetemi con focacce d'uva, ristoratemi con pomi" -reclama la Sposa- perché sono malata d'amore". Ovvero: voglio frutti. Voglio toccare con mano. Voglio soddisfazione materiale. Eppure lì, saldamente unito a lei, c'è lo Sposo in persona, che la abbraccia! Non è sufficiente?

3. Una ricerca disperata 

Questo è esattamente ciò che viviamo oggi. Siamo disperatamente alla ricerca di qualcosa che dia forma e peso al nostro cristianesimo. Molti anelano invano a ricostruire il pentecostalesimo delle origini, senza voler comprendere appieno qual è la missione per l'oggi; altri si tuffano in realtà miracolistiche -più che carismatiche- dove il prodigio si possa "toccare con mano" ogni giorno; altri ancora vogliono sentirsi utili realizzando attività benefiche a ritmo parossistico. Vogliamo frutti che ci sazino, hic et nunc. Vogliamo essere sicuri di ricevere qualcosa di concreto, oppure di lasciare un'impronta duratura del nostro operato. La mentalità consumistica di questo tempo ci ha letteralmente travolto. Ma abbiamo perso di vista lo Sposo, che ci desidera.

Colpisce l'irrequietezza della Sposa. Consapevole delle proprie mancanze, dei propri fallimenti in termini di costanza e responsabilità ("mi hanno posto a capo delle vigne, ma la mia propria vigna non l'ho custodita" Ca 1:6), non riesce ad armonizzare il proprio desiderio dello Sposo con azioni coerenti. Di conseguenza, non riesce a godersi la Sua presenza, che è quanto di più prezioso esista, come emerge con forza da questo libro.

Per ben due volte, questa "distopia" della Sposa la porterà a separarsi dallo Sposo, realizzando diverse esperienze infelici (Ca 3:1-5; 5:2-9), in seguito alle quali ammetterà di non essere stata abbastanza presente a sé stessa da valorizzare l'appuntamento con lo Sposo. Eppure, Lui non ha mai una parola d'accusa o di biasimo per l'incostanza della Sposa. Mai. Gesù rimane fedele, nonostante i nostri tradimenti e i mancati appuntamenti. E aspetta con pazienza che la Sposa comprenda i propri errori, continuando a dichiararsi innamorato di lei ("non svegliate, non svegliate l'amore mio, finché lei non lo desideri", Ca 2:7; 3:5; 8:4).

4. Pesi inutili

Per gli Sposi del Cantico, tutto si concluderà felicemente con l'unione d'amore finale. Ed è esattamente ciò che avverrà quando banchetteremo con Gesù nei Cieli. Quindi perché vivere con paranoia i nostri momenti "flop"? Perché cercare invano dei colpevoli nell' "altro" -magari in altri credenti? Perché non iniziamo a goderci la bellezza e l'amore incondizionato del nostro Signore?

Torniamo alla Parola: la Chiesa terrena di ogni tempo è esattamente come ci viene descritta dal Cantico. Accettiamolo! La buona notizia è che Gesù è saldamente unito a noi in un abbraccio d'amore che non finirà mai. Dobbiamo fermarci; dobbiamo imparare a riconoscere la Sua presenza, il Suo profumo, le Sue parole d'amore per noi. Dobbiamo tornare a gioire nell'esprimerGli il nostro amore e la nostra lode.

Credo che non ci sia gioia più grande di questa per Gesù. Se recuperiamo la consapevolezza di chi è realmente questo Sposo e di quale sia la portata del Suo amore, guariremo da ogni malessere e avremo piena vittoria in ogni sfida!

Mettimi come un sigillo sul tuo cuore, come un sigillo sul tuo braccio; poiché l'amore è forte come la morte, la gelosia è dura come lo Sceol. Le sue fiamme sono fiamme di fuoco, una fiamma ardente. Le grandi acque non potrebbero spegnere l'amore, né i fiumi sommergerlo (Ca 8:6-7).


IL "NON TI E' LECITO": LA RESPONSABILITA' PROFETICA DELLA CHIESA VERSO I GOVERNANTI

Giovanni infatti gli diceva: «Non ti è lecito tenere la moglie di tuo fratello!» Perciò Erodiade gli serbava rancore e voleva farlo morire, ma non poteva. Infatti Erode aveva soggezione di Giovanni, sapendo che era uomo giusto e santo, e lo proteggeva; dopo averlo udito era molto perplesso, e l'ascoltava volentieri (Mr 6:18-20).

1. E' lecito a un cristiano fare politica?

È notizia freschissima che una nota proposta di legge a dir poco controversa per noi cristiani, il DDL Zan, sia stata clamorosamente accantonata, grazie a una battaglia durata mesi. Una battaglia che è stata portata avanti da pochissimi leader cristiani, per la verità, i quali hanno "osato" presentare le proprie rimostranze addirittura davanti al Senato (a colpi di giurisprudenza, e non di versetti biblici -ovviamente!). Ed è solo grazie a questo sparuto numero di "voci nel deserto" che oggi possiamo gridare vittoria.

Certo, sul web si sono visti tanti "NO" di protesta e taluni -anche se in numero inferiore- hanno preso parte a qualche manifestazione. Ma è mancata la parte più importante: il "non ti è lecito" di tanti, troppi leader cristiani... oltre che degli immancabili credenti "titubanti". Lampade sepolte sotto il moggio dell'indifferenza, o dell'indecisione.

Il punto della questione è il seguente: esiste una convinzione radicata, tra i figli di Dio, che non sia compito della Chiesa intrufolarsi nella politica e nelle sue decisioni, e che il nostro rapporto con le istituzioni debba limitarsi al "dare a Cesare quel che è di Cesare". La motivazione? Siamo cittadini dei cieli: ciò che accade sulla Terra è relativo. Eppure, grazie a questa vittoria a cui TANTI non hanno contribuito, TUTTI hanno ottenuto indiscussi vantaggi SPIRITUALI nella predicazione della Parola di Dio!

Continuo a pensare a Giovanni Battista. Voglio dire: Giovanni abitava nel deserto, vestendo e mangiando in maniera spartana, e avendo come unica occupazione quella di gridare al ravvedimento. Eppure, non sappiamo come né quando, in un dato momento della sua vita lo troviamo alla presenza di un re, a dirgli: "Stai sbagliando, perché sei in adulterio".

Poteva tacere e continuare a gridare nel deserto. Qualcuno si sarebbe avvicinato -e tanti arrivavano. Eppure, Giovanni sentì il bisogno di andare proprio da Erode, e sappiamo che non finì bene per lui. E per fare cosa? Per tentare di farlo desistere da un "comune" peccato di cui, in Israele, nessuno si scandalizzava più. Ma le parole di Giovanni non andavano a vuoto, perché Erode aveva STIMA di lui.

A questo punto qualcuno potrebbe obiettare che il raggio d'azione di Giovanni rimase confinato all'"uomo" Erode e non riguardò la sua politica. Non mettiamo in dubbio che Dio fosse interessato al destino dell'anima di Erode; in realtà, però, Giovanni sapeva che il peccato personale di un governante può nuocere all'intera nazione. Diamo uno sguardo alle Scritture.

2. L'autorità genera influenze

Il censimento peccaminoso voluto da Davide scatenò la peste su tutto il popolo d'Israele (1 Cr 21; 2 Sa 24). La codardia dei giudici d'Israele al tempo di Debora portò il popolo a essere preda dei Cananei (Gc 5). I re che ripristinarono l'idolatria indussero tutto il popolo a peccare (1, 2 Re; 1, 2 Cr). Quindi, stabiliamo un punto fermo: il modo in cui un governante opera nel privato ha NECESSARIAMENTE delle ricadute sul pubblico e può coinvolgere milioni di persone, nel bene e nel male.

Di contro, infatti, quando un'autorità opera con saggezza può salvare un intero popolo, come fu per Giuseppe, consigliere illuminato del faraone, grazie al quale il popolo egiziano scampò alla più grave carestia della sua storia (Ge 41, 42). Ma cosa sarebbe successo, se il faraone non avesse dato retta a Giuseppe?

In tutta la storia di Israele, ci sono profeti mandati da Dio per guidare l'operato dei re, a partire da Giuseppe per finire, appunto, con Giovanni, passando per Mosè, Giona, Daniele, Isaia, Geremia, per citarne alcuni. Li vediamo preannunciare punizioni divine al sovrano che non si comporta bene, ma anche indirizzare i re a intraprendere o meno una certa battaglia. Fanno segni da parte di Dio, e sono ammirati quanto disprezzati.

Non solo profeti ma, addirittura, semplici uomini timorati di Dio. Quando Geroboamo indusse il popolo a cadere nuovamente nell'idolatria, un anonimo uomo di Dio - e non un profeta- fu mandato ad avvisarlo, con segni e miracoli, che un altro re più giusto sarebbe subentrato a lui e che tutti i suoi idoli sarebbero stati demoliti (2 Re 13: 1-10). E, come nel caso di Erode, Geroboamo capì che quell'uomo parlava da parte di Dio.

Nell'arco della sua lunga vita, il noto evangelista Billy Graham aveva fatto da consigliere personale a ben 12 presidenti statunitensi! Anche l'attuale presidente degli USA è circondato da ministri che lo accompagnano con la preghiera e il supporto spirituale. E, quando un governante onora la Parola di Dio, Dio onora lui e tutta la nazione. Se avremo il coraggio di uscire allo scoperto, potremo essere usati da Dio per influenzare nazioni, come consiglieri di potenti e autorità. "Chiedimi, e io ti darò le nazioni come tua eredità e le estremità della terra per tua possessione" (Sl 2:8). Sta a noi accettare la sfida.

Non rimaniamo "nascosti" nelle nostre convinzioni. Mettiamoci la faccia, perché Gesù ci ha messo tutto sé stesso.

Dio ci benedica!


TERRA COMPROMESSA: 

CINQUE ARGOMENTI BIBLICI CONTRO IL SIONISMO CRISTIANO

Questo articolo affronta una questione complessa che intreccia Bibbia, storia e attualità. L'analisi proposta è di natura teologica e non intende sostenere alcuna posizione politica o ideologica.

È bastato davvero poco a scatenare la faziosità in una grossa fetta del popolo cristiano nel mondo.

Noi amiamo Israele e simpatizziamo con il popolo che per primo fu scelto da Dio per mostrare la Sua gloria tra le genti; condanniamo l'atto terroristico di Hamas e rigettiamo qualsiasi forma di violenza, e di qualsiasi colore politico. Ma questo non può voler dire appoggio incondizionato a tutto ciò che Israele dice e fa, politicamente e militarmente. Perché il sionismo- di questo si tratta- altro non è che estremismo.

Che una guerra epocale sia in atto in Palestina, è un dato di fatto: tra un bombardamento e un lancio di pietre, tra un atto terroristico e una risoluzione violata, la questione israelo-palestinese si trascina stancamente da tempo immemore, e le cause storico-politiche si intrecciano alle velleità nazionalistiche, patinate di ideologia religiosa, di entrambi i popoli.

Tanto premesso, la domanda cruciale per noi cristiani è: che posizione dovremmo assumere in merito a questa situazione? Dobbiamo sostenere Israele o condannare la guerra?

Il mondo cristiano appare diviso, in tal senso, e soprattutto indeciso, se non confuso, sulla corretta interpretazione delle Scritture a proposito del ruolo di Israele nell'attuale contesto spirituale, oltre che geopolitico. Eppure, a noi sembra che la Parola di Dio abbia tanto da dire. Bibbia alla mano, quindi, facciamo un po' di chiarezza, partendo da una premessa storica.

1. Il sionismo è un movimento politico e ideologico, che non ha nulla di spirituale, ed è estraneo sia al giudaismo, che alle Scritture.

Le rivendicazioni territoriali di Israele non sono la diretta conseguenza dell'interpretazione della Torah, ma delle istanze del sionismo, il movimento politico fondato alla fine del 1800 che incita gli Ebrei al ritorno nella "terra promessa" e all'allontanamento dei non Ebrei. Il suo fondatore è il giornalista austriaco Theodore Herzl, il quale, preso atto delle continue persecuzioni a cui gli Ebrei erano sottoposti, si fece promotore dell'idea che a Israele spettasse un proprio Stato in Palestina.

Senza entrare nel merito della questione dell'autodeterminazione di un popolo, che riteniamo legittima, dobbiamo specificare, però, che il sionismo ha assunto connotazioni nazionalistiche, con tutte le conseguenze possibili, e cioè l'intolleranza e la discriminazione dell'elemento etnico non ebraico presente in Palestina. In più, il sionismo è stato manovrato e finanziato da varie potenze mondiali allo scopo di destabilizzare il Medio-Oriente, e si è imposto, da un lato, sulla scia della strumentalizzazione dell'Olocausto; dall'altro, sulla manipolazione del testo biblico a scopo politico.

È quanto denunciano gli Ebrei che hanno preso le distanze dal sionismo, specificando che la fede giudaica condanna ogni forma di violenza. Queste le parole del Rabbi Yisroel Dovid Weiis: "Vogliamo che il mondo sappia che il movimento sionista non è un movimento ebraico. È stato un movimento politico e materiale creato da eretici che semplicemente cercano di inglobare la nostra religione nel tentativo di intimidire e mettere a tacere le persone che si oppongono, definendole antisemite" (www-infopal-it.cdn.ampproject.org).

Come è facile immaginare, il sionismo ha allungato i suoi tentacoli anche sui media, che stanno propagandando una versione "occidentalista" della guerra in corso (D. De Villepin) e inculcando l'idea che Israele abbia il diritto di perpetrare qualsiasi atrocità pur di arrivare ai propri scopi. E, incredibilmente, molti cristiani sono caduti nel tranello, ritenendo che la Parola supporti Israele nel suo comportamento aggressivo. Ma le cose stanno davvero così?

Una lettura attenta delle Scritture ci mostrerà che Dio non ha nessuna intenzione di assecondare le pretese del Sionismo: "Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servi combatterebbero affinché io non fossi dato in mano dei Giudei; ma ora il mio regno non è di qui" (Gv 18:36).

2. L'elezione di Israele è "senza pentimento" (Rm 11:29), ma è finalizzata alla salvezza e funziona allo stesso modo dell'elezione di tutti gli altri figli di Dio.

Nella cristianità esistono due movimenti d'opinione opposti a proposito dell'elezione di Israele: quello che ritiene che Israele sia stato rigettato per sempre da Dio, in quanto ha rifiutato Cristo come Messia e lo ha, addirittura. crocifisso, e quello che sostiene l'elezione permanente di Israele, intesa come una sorta di "corsia preferenziale" per ereditare le promesse, a prescindere dalla propria condizione spirituale.

L'epistola ai Romani, al capitolo 11, ci restituisce una visione equilibrata delle cose. L'apostolo Paolo, infatti, ci ricorda che Dio ha, sì, rigettato Israele per la sua disubbidienza, ma gli ha anche promesso di suscitare un residuo a cui concedere la salvezza (vv. 1-5). I gentili vengono ammoniti a non insuperbirsi verso Israele, in quanto è stata la debolezza di Israele a concedere loro l'ammissione alla grazia, e sarà la loro pienezza a favorire la riammissione alla grazia di Israele (vv. 11-15). L'ulivo selvatico (i gentili) è stato innestato nell'ulivo domestico (gli Israeliti), v. 24. "Poiché Dio ha rinchiuso tutti nella disubbidienza, per far misericordia a tutti", v. 32.

Paolo, cioè, mette gli Israeliti e i gentili sullo stesso piano: non conta la storia o la provenienza di ciascun popolo, ma solo il residuo dei salvati, a cui è concessa la stessa misericordia. Non è, quindi, accettabile, la tesi di coloro che si spingono, addirittura, a sostenere che tutti gli Israeliti saranno salvati, manipolando il seguente versetto: "e così tutto Israele sarà salvato come sta scritto: «Il liberatore verrà da Sion, e rimuoverà l'empietà da Giacobbe. E questo sarà il mio patto con loro, quando io avrò tolto via i loro peccati»", vv. 26-27.

Infatti, come vedremo al punto 3, il termine "Israele" si riferisce a tutta la progenie spirituale di Abramo, che include Israeliti e non. In questo capitolo dei Romani, Paolo parla di un residuo di salvati, come anticipato in Rm 9:27: "Ma Isaia esclama riguardo a Israele: «Anche se il numero dei figli d'Israele fosse come la sabbia del mare, solo il residuo sarà salvato»".

3. Le promesse di Dio sono riservate solo ai Suoi figli: non a coloro che si ritengono tali per nascita, ma a quelli che lo diventano per fede.

Si osservi quanto afferma Paolo nei seguenti passi, che abbiamo voluto mettere in evidenza perché riteniamo di un'importanza cruciale:

Rm 9:6-8: "non tutti quelli che sono d'Israele sono Israele. E neppure perché sono progenie di Abrahamo sono tutti figli; ma: «In Isacco ti sarà nominata una progenie». Cioè, non i figli della carne sono figli di Dio, ma i figli della promessa sono considerati come progenie".

Ga 3:6-7: "Così Abrahamo «credette a Dio, e ciò gli fu messo in conto di giustizia»; sappiate pure che coloro che sono dalla fede sono figli di Abrahamo".

• Ga 3:28-29: "non c'è né Giudeo né Greco, non c'è né schiavo né libero, non c'è né maschio né femmina, perché tutti siete uno in Cristo Gesù. Ora, se siete di Cristo, siete dunque progenie d'Abrahamo ed eredi secondo la promessa".

• Rm 2:28: "Infatti il Giudeo non è colui che appare tale all'esterno, e la circoncisione non è quella visibile nella carne; ma Giudeo è colui che lo è interiormente, e la circoncisione è quella del cuore, nello spirito, e non nella lettera".

Se ci fosse ancora bisogno di commenti, appare fin troppo evidente che la condizione di Israelita viene collegata a un'esperienza spirituale sincera, indipendentemente dall'etnia. Gesù stesso disse di Nathanaele: "Ecco un vero Israelita nel quale non c'è inganno" (Gv 1:47).

Come abbiamo visto in Galati 3:29, l'essere vera progenie di Abrahamo comporta il diritto di ereditare le promesse: ma quali promesse?

4. La ricompensa per i figli di Dio è uguale per tutti e non consiste in beni materiali, ma in beni spirituali del Regno.

La parabola degli operai dell'ultima ora (Mt 20:1-16) non lascia spazio a dubbi: per quanto a qualcuno possa sembrare ingiusto, la ricompensa per i servi di Cristo di ogni tempo è sempre la stessa.

E in cosa consiste questa ricompensa? In beni materiali?

Assolutamente no. I brani riportati di seguito ci illustrano che Gesù è venuto a stabilire un regno spirituale, e non terreno; siamo stati chiamati a far morire le opere della carne e a praticare la pace "in un sol corpo", perchè la nostra cittadinanza è nei cieli.

At 14:20-21: "E, dopo aver evangelizzato quella città e fatto molti discepoli, se ne ritornarono a Listra, a Iconio e ad Antiochia, confermando gli animi dei discepoli e esortandoli a perseverare nella fede, e dicendo che attraverso molte afflizioni dobbiamo entrare nel regno di Dio".

• Col 3:1-15: "Se dunque siete risuscitati con Cristo, cercate le cose di lassù, dove Cristo è seduto alla destra di Dio. Abbiate in mente le cose di lassù, non quelle che sono sulla terra, perché voi siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio (…). Fate dunque morire le vostre membra che sono sulla terra: fornicazione, impurità, passioni, desideri cattivi e avidità, che è idolatria; per queste cose l'ira di Dio viene sui figli della disubbidienza, fra cui un tempo camminaste anche voi, quando vivevate in esse. Ma ora deponete anche voi tutte queste cose: ira, collera, cattiveria (…). Qui non c'è più Greco e Giudeo, circonciso e incirconciso, barbaro e Scita, servo e libero, ma Cristo è tutto e in tutti (…). E sopra tutte queste cose, rivestitevi dell'amore, che è il vincolo della perfezione. E la pace di Dio, alla quale siete stati chiamati in un sol corpo, regni nei vostri cuori".

• Fl 3:20: "La nostra cittadinanza infatti è nei cieli, da dove aspettiamo pure il Salvatore, il Signor Gesù Cristo".

È plausibile, dunque, pensare che agli Israeliti tocchi qualcosa in più oltre alle cose celesti, nello specifico la terra?

Il passo più strumentalizzato per sostenere l'eredità terrena degli Israeliti è Isaia 65:9: "Io farò uscire da Giacobbe una progenie e da Giuda un erede dei miei monti; i miei eletti possederanno il paese e i miei servi vi abiteranno". Se, però, leggiamo anche il Salmo 37, al v. 29 scopriamo che "i giusti erediteranno la terra e godranno abbondanza di pace": l'eredità, quindi, è destinata ai "giusti", e non a una singola etnia, e il possesso della terra è associato ad "abbondanza di pace".

Come si può giustificare, dunque, una guerra finalizzata al possesso della terra? Qualsiasi cosa rappresenti la terra, non può che trattarsi di una terra spirituale!

Si leggano, a tal proposito, i seguenti versi: "Infatti la promessa di essere erede del mondo non fu fatta ad Abrahamo e alla sua progenie mediante la legge, ma attraverso la giustizia della fede. Poiché se sono eredi quelli che sono della legge, la fede è resa vana e la promessa è annullata, perché la legge produce ira; infatti dove non c'è legge, non vi è neppure trasgressione. Perciò l'eredità è per fede; in tal modo essa è per grazia, affinché la promessa sia assicurata a tutta la progenie, non solamente a quella che è dalla legge, ma anche a quella che deriva dalla fede di Abrahamo", Rm 4:13-16. Qui Paolo conferma che:

- La promessa è di ereditare il mondo, non un singolo pezzo di terra.

- La promessa si ottiene per fede, e non per la legge.

- La promessa è per tutta la progenie di Abrahamo che attua la fede, sia la progenie carnale che quella spirituale.

Urge, a questo punto, un chiarimento circa il famoso argomento della terra contesa perché abitata dai due discendenti di Abrahamo, Isacco e Ismaele, l'ultimo dei quali non previsto nel piano perfetto di Dio; gli Ismaeliti, secondo questa supposizione, sarebbero, ancora oggi, una spina nel fianco dei fratellastri, discendenti di Isacco.

In Genesi 15:18-21, Dio promette alla discendenza di Abrahamo il territorio che va dal Nilo all'Eufrate; successivamente, al v. 12, promette ad Agar, madre di Ismaele, di fare anche di lui un popolo numerosissimo che "abiterà di fronte ai suoi fratelli", da Avila a Sur (Ge 25:18), un territorio che corrisponde alla penisola arabica.

Attenzione. Un conto è il patto, che il Signore ha stabilito solo con i discendenti di Isacco (Ge 17:19), un conto è la terra, che Egli ha assegnato a tutta la discendenza di Abrahamo (ricordiamo che, nella discendenza di Abrahamo, non ci sono solo gli Ismaeliti, ma anche i figli avuti da Chetura, la donna sposata dopo la morte di Sara, Ge 25:1-4).

Dunque, se ci fermiamo al livello letterale, quella terra non è stata destinata ai soli discendenti di Isacco, ma anche a tutti gli altri discendenti di Abrahamo (come abbiamo letto al punto 4, però, si tratta di una discendenza spirituale e di una terra spirituale).

Il problema dell'attuale conflitto non è nell'insufficienza della terra, ma piuttosto nella natura delle popolazioni che vi abitano: di Ismaele (Arabi) Dio rivela che "è come un asino selvatico (...); la sua mano sarà contro tutti, e la mano di tutti contro di lui" (Ge 16:12); degli Ebrei Paolo afferma, citando i profeti: "Infatti il cuore di questo popolo si è indurito, e sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi (...)" (At 28:27).

In altre parole, manca Cristo nei cuori.

Ognuno di noi nasce con una natura peccaminosa e imperfetta; la soluzione, però, esiste, e l'ha provveduta Dio stesso: Cristo. Egli può cambiare il cuore di pietra in cuore di carne.

5. Il cristiano è contro le liti, le fazioni e le opere della carne in generale.

"Or io dico: Camminate secondo lo Spirito e non adempirete i desideri della carne; la carne, infatti, ha desideri contrari allo Spirito, e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; e queste cose sono opposte l'una all'altra, cosicché voi non fate quel che vorreste" (Ga 5:16).

Se crediamo davvero che Cristo sia il principe della pace, dobbiamo avere il coraggio di praticare questa realtà e di prendere posizione contro la guerra e l'omicidio, con la stessa naturalezza con cui diciamo "no" all'aborto. Il fatto che, secoli fa, il Signore avesse ordinato agli Israeliti lo sterminio dei Cananei non significa che Israele sia autorizzato a sterminare in modo perpetuo: la conquista di Canaan era stata decretata per un tempo, ed aveva una ragione spirituale, che oggi, per noi, rappresenta la vittoria della fede sul peccato e sull'idolatria. Non altro.

6. Conclusioni necessarie

C'è solo una via d'uscita per Israeliani e Palestinesi, ed è piegare le ginocchia a Cristo. Per quanto possa dispiacere, tutto ciò che sta accadendo è solo la conseguenza della ribellione del cuore e della disobbedienza alla Parola di Dio, e non avrà fine fino a quando non subentrerà un serio ravvedimento da entrambe le parti. Allora "tutto Israele sarà salvato" (Rm 11.26), e cioè sia il residuo israelita che quello palestinese.

Evitiamo di parteggiare, contaminandoci con pensieri e parole che contristano lo Spirito Santo e che disonorano il Vangelo, e preghiamo "per la pace di Gerusalemme" (Sal 122:6), sapendo che non possiamo pregare per la pace altrui se non abbiamo pensieri di pace in noi.

Dio ci benedica!


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