
PERCHE' TANTI STANNO LASCIANDO LE CHIESE?
1. Non solo ferite: cosa sta succedendo davvero
Negli ultimi anni il fenomeno dell'uscita dalle chiese si sta intensificando. Le spiegazioni più comuni chiamano in causa leadership abusive, traumi spirituali e ferite non guarite, espressioni che ormai si assomigliano sempre più, ma che non vanno assolutamente minimizzate, perché la Scrittura condanna i pastori che pascono sé stessi anziché il proprio gregge (Ez 34:2–6).
Ma fermarsi a questo sarebbe riduttivo. C'è qualcos'altro che sta accadendo: la una crescente attenzione per le proprie esigenze, figlia di una cultura del consumo, che ci porta a valutare ogni relazione in base a quanto ci fa sentire bene, compresi i rapporti ecclesiali. La Scrittura ci avverte che "negli ultimi giorni verranno tempi difficili, perché gli uomini saranno amanti di sé stessi…" (2 Tm 3:1–2) … e quegli uomini siamo proprio noi credenti.
E, così, l'altro viene rapidamente catalogato come "tossico", senza lasciare spazio a una domanda fondamentale: e se Dio stesse usando proprio quella situazione per lavorare sul mio cuore?
Ogni volta che ci relazioniamo con persone imperfette — e, quindi, sempre — dobbiamo mettere in conto la possibilità che si verifichino dinamiche difficili. Succede in chiesa, ma anche sul lavoro, in famiglia, nei rapporti di amicizia: non esistono contesti umani sterilizzati dal peccato. E, cosa ancora più scomoda da accettare, non siamo solo vittime di queste dinamiche: a volte ne siamo anche parte attiva. Possiamo ferire, irrigidirci, reagire male, creare tensioni. La maturità spirituale comincia quando smettiamo di leggere tutto in chiave difensiva, e iniziamo a riconoscere che siamo in piedi solo grazie al perdono continuo di Dio e di altre persone.
La Bibbia ci ricorda che "tutte le cose cooperano al bene per coloro che amano Dio" (Rm 8:28): non dice che tutte le cose sono buone, ma che Dio le usa per formarci. Se non riceviamo ciò che desideriamo, non è detto che siamo vittime di un'ingiustizia: a volte è il Signore che sta guidando la nostra crescita in direzioni che non avevamo previsto.
Mi è capitato, una volta, di fare un test di orientamento lavorativo insieme ai miei studenti e, trovandomi in un particolare momento di burnout, cercavo disperatamente di evitare risultati che mi collegassero al mondo della scuola. Eppure, il responso continuava a indicare proprio ciò che io non volevo accettare! È una dinamica che conosciamo bene anche nella fede: spesso Dio ci conduce dove non avremmo scelto, perché Lui vede ciò di cui abbiamo realmente bisogno.
«Puoi tu scandagliare le profondità di Dio? Puoi tu arrivare alla perfezione dell'Onnipotente? È più alta dei cieli: che puoi fare? È più profonda degli inferi: che ne sai?» (Gb 11:7-9). La ragione umana non può comprendere la mente di Dio.
2. Pecore senza pastore e responsabilità condivisa
Un ulteriore elemento che aggrava il fenomeno è l'iniziativa, che parte da alcuni pulpiti, di incoraggiare ad "uscire" – o, addirittura, "scappare" – da certi contesti come soluzione quasi automatica ad ogni oppressione. Ho visto i leader più sinceri scivolare nella legittimazione di scelte affrettate, nell'assurdo tentativo di proteggere le persone da chissà chi, anziché metterle in guardia da sé stesse.
Il problema è che non tutti hanno il discernimento necessario per distinguere tra una situazione realmente abusante e una stagione difficile che richiede perseveranza. Il risultato è che molti si ritrovano fuori da ogni comunità, diventando, senza rendersene conto, pecore senza pastore (Mt 9:36), con conseguenze spirituali abnormi.
Va detto chiaramente: la Bibbia non vieta da nessuna parte di cambiare chiesa. Esistono realtà dalle quali è giusto allontanarsi, soprattutto nel momento in cui si realizza di non essere in condizione di reggere determinati pesi. In tal caso, però, il Dio biblico — che non è mai cambiato — non resta in silenzio: quando c'è un reale pericolo spirituale, Egli avverte e guida chiaramente le persone fuori da ciò che può distruggerle.
In generale, non esistono contesti sempre negativi, ma contesti più o meno adatti alla formazione delle varie tipologie di discepoli. So che quello che dirò non piacerà a tutti, ma la Scrittura ci mostra che Dio può servirsi, per un tempo, di leadership imperfette e persino oppressive per compiere i Suoi propositi.
In Geremia 25:9, Nabucodonosor viene chiamato "mio servo", benché fosse un re pagano e violento, perché si lasciò usare da Dio per disciplinare Israele e distruggere il tempio. Ma poi, Dio fece i conti anche con lui: in Daniele 4, vediamo Nabucodonosor umiliato e destituito da Dio per essersi innalzato, per poi essere ristabilito solo dopo il ravvedimento. Lo stesso si verifica nei tre capitoli di Habacuc: Dio usa la violenza dei Caldei per portare al ravvedimento il popolo di Giuda, ma poi promette di giudicare anche i Caldei. Questo ci insegna due cose fondamentali: Dio può usare anche leadership sbagliate, ma nessun abuso resta impunito davanti a Lui.
3. Fuggire non forma: la resilienza nasce restando
Ogni spostamento comporta dei contraccolpi, come il rischio di non radicare mai, di vivere una fede "nomade", di passare da una comunità all'altra senza mai portare a termine i processi di crescita e, quindi, senza mai sviluppare il frutto dello Spirito, che è uno degli scopi principali della frequentazione di una comunità. Il frutto dello Spirito non cresce nelle fughe, ma nella permanenza; non nasce evitando i conflitti, ma attraversandoli con Cristo.
La Scrittura non incoraggia mai l'abbandono della comunità come via ordinaria di guarigione: al contrario, ci esorta a non trascurare la comune adunanza (Eb 10:25) e a camminare insieme, portando i pesi gli uni degli altri (Gal 6:2).
Le lettere alle sette chiese dell'Apocalisse, che rappresentano tutte le possibili tipologie di comunità, ci lasciano intravedere situazioni profondamente imperfette o compromesse, come tolleranza di false dottrine, immoralità e tiepidezza. Eppure, il Signore non dice mai ai Suoi redenti: "uscite da quella chiesa", ma chiama al ravvedimento, parla al residuo fedele e continua a operare, garantendo che Lui è al lavoro per cercare di recuperare persino Jezabel, colei che stava traviando i santi di Tiatira (Ap 2:20-23). Agli occhi di Dio, infatti, tutte le anime hanno uguale valore.
Nella mia esperienza personale, ho osservato che chi lascia una comunità ritenuta "tossica" spesso fatica, poi, a trovare una collocazione stabile e soddisfacente altrove. Perché?
Perché le chiese che ammiriamo di più sono quelle che hanno gli standard più elevati, ai quali, paradossalmente, potremmo non essere adatti. Perché chi non impara a restare quando le cose diventano difficili raramente sviluppa resilienza e fedeltà.
Sono un'appassionata di giardinaggio, e ho notato che le piante che mi riescono meglio sono quelle che ho deciso di proteggere di meno, lasciandole sempre nello stesso posto a qualsiasi condizione; un po' come successe al popolo d'Israele, che dovette fortificarsi sopportando diverse stagioni di re, alcuni giusti e altri perversi. Non tutte le epoche erano uguali: spesso, Dio chiedeva di aspettare un cambio di rotta, mentre, altre volte, interveniva drasticamente. Ma il popolo non poteva semplicemente "cambiare nazione": era chiamato a interrogarsi sulla propria responsabilità davanti a Dio. E ricordiamolo: Dio ha il controllo. Se vuole, può destituire chi non gradisce in un attimo (Dn 2:21); allo stesso modo, se intende farci raggiungere un certo traguardo, nessuno potrà opporsi: «Ed ora vi dico: ritiratevi da questi uomini e lasciateli andare; perché se questo consiglio o quest'opera è dagli uomini, sarà distrutta; ma se è da Dio, non potrete distruggerla, e badate di non trovarvi a combattere contro Dio stesso» (At 5:38-39).
A volte immaginiamo che uscire sia l'unica via possibile, ma spesso Dio ci chiama a restare, a pregare, a perseverare, ad aspettare un Suo intervento. Ci sono tempi in cui bisogna resistere e confidare in un cambiamento, e altri in cui Egli stesso apre una porta. La chiave è il discernimento, non l'impulsività.
La Scrittura è molto chiara su questo punto: Dio non disciplina per distruggere, ma per formare: «Figlio mio, non disprezzare la disciplina del Signore e non perderti d'animo quando sei da lui ripreso; perché il Signore corregge quelli che ama» (Eb 12:5–6). E ancora: «Egli ci disciplina per il nostro bene, affinché partecipiamo alla sua santità» (Eb 12:10). Questo significa che non ogni situazione difficile è un'indicazione di fuga: molte volte, è proprio il laboratorio di Dio per renderci maturi. La disciplina può passare attraverso persone imperfette, contesti scomodi, leadership fragili … ma resta sempre sotto il controllo del Padre.
4. Il mito dell'autonomia spirituale
Oggi molti pensano di poter vivere la fede in modo individuale: culto domestico, predicazioni online, spiritualità privata. Ma, se questo fosse sufficiente, il Signore non avrebbe istituito la Chiesa (Mt 16:18), non avrebbe dato ministeri (Ef 4:11–16), non avrebbe parlato di corpo (1 Cor 12) e non avrebbe stabilito autorità spirituali (Eb 13:17).
Il culto familiare è prezioso, biblico e necessario: è il primo luogo di trasmissione della fede; ma non può bastare, perché la famiglia è un sistema chiuso, mentre il Vangelo è pensato per vivere in un corpo. La Scrittura non affida mai a una sola famiglia cose come la custodia della dottrina, la correzione spirituale, il discernimento dei doni e la protezione dagli autoinganni.
In questi casi è richiesta alterità, cioè qualcuno che non sia dentro il nostro stesso circuito emotivo, affettivo e decisionale. Una famiglia tenderà sempre, anche in buona fede, a proteggere invece di correggere, giustificare invece di discernere e, in generale, interpretare tutto "dall'interno". Non è un difetto morale: è un limite strutturale. Il rischio, quindi, non è tanto l'eresia, quanto una fede non verificata e non messa alla prova.
La Chiesa è stata pensata per offrire almeno cinque risorse irrinunciabili:
a. Correzione esterna, cioè qualcuno che possa dire: "qui ti stai sbagliando" senza che sia percepito come un tradimento affettivo.
b. Confronto reale: non persone "come noi", ma doni diversi, con letture ed esperienze diverse.
c. Disciplina spirituale, che non è punizione, ma protezione per la maturazione del credente.
d. Donarsi reciproco: nella famiglia si dà per ruolo, mentre nella Chiesa si dà soprattutto per grazia.
e. Copertura spirituale, non nella forma del controllo istintivo, ma di responsabilità condivisa davanti a Dio.
Quando una famiglia rifiuta ogni riferimento esterno, quindi, spesso non sta difendendo la fede, ma la propria interpretazione della fede.
5. I "mostri" ecclesiali e la nostra parte di responsabilità
Molti credenti, quando si trovano davanti a fenomeni come nepotismo, personalismi o leadership accentratrici, li leggono quasi esclusivamente in chiave spirituale. Si parla di "spiriti sbagliati", di "uomini carnali", di "chiese malate"; in questa lettura, il credente si percepisce soprattutto come vittima di dinamiche più grandi di lui, dalle quali proteggersi.
Ma la verità è che può trattarsi, semplicemente, di meccanismi umani non governati, e che prosperano nella mancanza generale di maturità. Il "nepotismo", ad esempio, classificato come avidità di potere, spesso si radica nel silenzio di comunità che hanno delegato tutto a pochi, perché nessuno riesce a garantire fedeltà nel tempo, inducendo i leader ad affidarsi ai propri familiari. I personalismi non emergono solo perché qualcuno vuole primeggiare, ma anche perché molti preferiscono farsi guidare da una figura forte piuttosto che dallo Spirito Santo. La mancanza di ascolto spirituale, spesso, è solo assenza di reciprocità: chiedere l'attenzione della comunità solo quando si hanno problemi non è il miglior modo per stabilire una relazione di successo.
Siamo onesti: cosa succede, nelle nostre case, quando qualcuno decide di non esercitare attivamente la propria parte di responsabilità?
Il problema non è soltanto "chi guida", ma come il corpo vive la propria vocazione. Cristo è venuto a formare il Suo corpo, non ambienti perfetti. La Chiesa, come la famiglia, non è pensata per essere un pubblico passivo, ma un organismo, in cui ogni membro è chiamato a crescere, parlare con verità, esercitare discernimento e amore. Dove questo viene meno, anche la leadership più sana rischia di deformarsi; e dove la leadership è debole o sbilanciata, il silenzio dei credenti diventa complicità involontaria.
Non tocca solo ai leader plasmare la cultura di una chiesa: la cultura nasce dal popolo, o, meglio, da come il popolo risponde quando si propone la cultura del Regno. Comunità instabili producono leadership difensive; credenti poco radicati alimentano sistemi di controllo; fedeli che scappano alla prima difficoltà rendono fragile l'intero corpo. Siamo tutti parte del problema, ma possiamo essere tutti parte della soluzione.
6. L'unica soluzione possibile
Lasciare una chiesa non è sempre azzardato. Esistono situazioni estreme, e Dio sa come liberare i Suoi quando il pericolo è reale. Ma trasformare l'uscita in una risposta automatica al disagio è spiritualmente pericoloso.
Le cose sarebbero diverse se comprendessimo davvero questo: nulla di ciò che ci accade sfugge al permesso di Dio. Ogni persona che incontriamo, ogni relazione che ci mette alla prova, non è lì per snervarci inutilmente, ma soprattutto per affinarci. Come dice la Scrittura, il ferro affila il ferro (Pr 27:17): e il ferro, per affilare, deve stridere.
La Bibbia mostra più volte che Dio salva città, popoli e comunità non perché a un certo punto tutti cambiano, ma perché qualcuno sceglie di restare in piedi davanti a Lui. A volte è un profeta, a volte un uomo povero e dimenticato (Ec 9:14-15).
Il problema, oggi, è che stiamo perdendo la capacità di attraversare il dolore, di lasciarci formare invece di difenderci. Viviamo in una generazione che confonde la pace con l'assenza di conflitto, e la guida di Dio con ciò che ci fa sentire meglio. Ma la Scrittura ci mostra un'altra via: quella della perseveranza, della fedeltà, della responsabilità personale. La vera domanda, allora, non dovrebbe essere: «In quale comunità mi trovo meglio?», ma: «Dove mi trovo adesso, Cristo ha spazio per lavorare più profondamente in me?».
Non torniamo semplicemente alle strutture, né cerchiamo ambienti più confortevoli. Torniamo al primo amore (Ap 2:4), a Cristo in noi, speranza di gloria (Cl 1:27), perché è Lui — e non l'ambiente ideale — il Pastore delle nostre anime (1 Pt 2:25). E tornare a Cristo significa inevitabilmente tornare alla croce, comprendendone il significato. La croce non è solo il luogo del perdono, ma quello in cui il nostro ego viene messo a morte, dove impariamo che la vita cristiana non si fonda sull'autodifesa, ma sulla resa. È lì che cessiamo di chiederci cosa ci spetta e iniziamo a domandarci cosa Dio sta formando in noi.
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