DOTTRINA

Questa sezione raccoglie articoli dedicati ai fondamenti della fede cristiana e alle principali questioni teologiche.


L'obiettivo non è sostenere sistemi dottrinali, ma tornare alla Scrittura, confrontando insegnamenti diffusi con il testo biblico.


Uno spazio per riflettere, verificare e crescere nella comprensione della verità. 



PREDESTINAZIONE E LIBERO ARBITRIO: DIECI PUNTI PER COMPRENDERE LA SALVEZZA

Lungi da noi la presunzione di smontare secoli di dibattito teologico sulla predestinazione secondo la Bibbia; tuttavia, per non risultare enciclopedici, saremo costretti a bypassare diversi nomi e titoli di opere che hanno contribuito immensamente a illuminare la questione "predestinazione" -Agostino e Arminio in primis.

Siamo certi che la Parola di Dio parla chiaramente ai semplici.

1. La salvezza: prerogativa di Dio o responsabilità nostra?

Entrambe. Partiamo da un assunto logico: se noi non avessimo alcun ruolo nella nostra salvezza, non avrebbero senso le continue sollecitazioni alla perseveranza che ci rivolge la parola di Dio. Non avrebbero senso i comandamenti; non avrebbero senso gli ammonimenti di Gesù e dei profeti.

Avremmo, cioè, una Bibbia descrittiva, ma non prescrittiva; una mera illustrazione del piano di salvezza, e non indicazioni chiare per tenerla stretta.

Secondo uno studio statistico sulla Bibbia, lo spazio riservato alla trattazione della predestinazione si colloca tra il 5 e il 7%, di cui quasi metà è opera dell'apostolo Paolo; intorno al 50%, invece, è lo spazio dedicato esplicitamente alla responsabilità personale di fare il bene,inclusi gli episodi da cui si possono, comunque, trarre insegnamenti morali. Capire il concetto di predestinazione, quindi, significa soprattutto interpretare correttamente le parole dell'apostolo Paolo.

2. C'è unanimità sull'argomento "salvezza" nella cristianità?

No. Alcune interpretazioni attribuiscono a Dio un ruolo esclusivo nella scelta di chi sarà salvato, altre sottolineano una cooperazione tra la grazia divina e la libertà umana, mentre altre ancora collocano le opere umane al centro del processo di salvezza.

Premesso che sono molteplici le sfumature di pensiero che caratterizzano i vari gruppi cristiani e filo-cristiani, ai due estremi della riflessione possiamo collocare l'interpretazione più rigorosa del Calvinismo e le pratiche più popolari del Cattolicesimo.

Secondo il Calvinismo estremista, Dio sceglie in modo assoluto chi sarà salvato: la sua grazia è "irresistibile" e si manifesta solo negli eletti, che perseverano nella fede senza che la loro volontà possa opporsi. Questo implica la cosiddetta "doppia predestinazione": alcuni sono predestinati a salvezza, altri alla dannazione.

Cattolicesimo e Ortodossia, invece, pongono le opere del credente accanto alla grazia e alla fede.

Nel Cattolicesimo, le opere hanno valore anche meritorio, in quanto contribuiscono alla giustificazione (merito= ricompensa e purificazione). Gli ortodossi, invece, non parlano di merito, ma di sinergia: le opere sono frutto della fede cooperante con la grazia di Dio. Per i cattolici, le opere possono "accrescere" la santificazione; per gli ortodossi, esse sono piuttosto medicine spirituali che trasformano il cuore.

In questo quadro, molti cattolici tendono a considerare le opere e i riti come essenziali per ottenere la salvezza, soprattutto attraverso pratiche popolari (es. devozioni, pellegrinaggi, opere di misericordia), ritenute un modo concreto per dimostrare fede e ottenere benedizioni.

La maggior parte delle correnti evangeliche e protestanti, invece, sottolinea il ruolo centrale della grazia salvifica, e vede le opere come la conseguenza diretta -ma non automatica- della fede. In tutto il processo, il credente esercita il libero arbitrio fino alla fine.

3. Partiamo dal Calvinismo rigorista. Dio salva chi vuole, senza alcun criterio?

No. Questa teoria prende le mosse dal seguente passaggio: «Poiché quelli che egli ha preconosciuti, li ha anche predestinati ad essere conformi all'immagine del suo Figlio, affinché egli sia il primogenito fra molti fratelli. E quelli che ha predestinati, li ha pure chiamati; quelli che ha chiamati, li ha pure giustificati; e quelli che ha giustificati, li ha pure glorificati» (Romani 8:29).

Leggendolo così, sembrerebbe che Dio scelga, salvi e glorifichi solo alcune persone, in maniera totalmente immotivata e casuale. Il gap nasce dal fatto che, spesso, si trascura di citare anche il verso precedente, che recita così:

«Or noi sappiamo che tutte le cose cooperano al bene per coloro che amano Dio, i quali sono chiamati secondo il Suo proponimento» (Romani 8:28).

Il focus, dunque, è su "coloro che amano Dio", a favore dei quali "tutto coopera al bene". Essi, infatti, sono "chiamati secondo il Suo proponimento" (v. 28). Ma perché? Senza alcun motivo?

Rileggiamo il verso di prima. Tenendo presente l'oggetto della riflessione, "coloro che amano Dio", possiamo dedurre che:

  • Dio conosce ogni essere umano fin da prima della sua nascita. Quindi, sa già chi lo amerà e chi no.
  • In base a questo, Dio si impegna, con coloro che sa che Lo ameranno, a renderli conformi all'immagine di Cristo.
  • A tale scopo, Dio chiama le persone che sa che Lo ameranno.
  • Dato che queste persone Lo avranno amato, esse accetteranno la grazia salvifica di Cristo, in virtù della quale saranno giustificate.
  • Per la fedeltà alle Sue promesse, Dio riserva, a coloro che avranno accettato la Sua grazia, anche la gloria finale.

Possiamo, dunque, identificare le seguenti cinque fasi:

1. preconoscenza

2. predestinazione

3. chiamata

4. giustificazione

5. glorificazione.

Se questo non bastasse, rileggendo bene il verso citato, vediamo che la cosiddetta "predestinazione" non è a salvezza, ma "ad essere conformi all'immagine del Suo figlio" (v. anche Efesini 1:12).

A questo punto, risultano più chiari anche gli altri passaggi paolini che danno maggior enfasi alla volontà di Dio -ma non annullano quella umana (Ef 1:3-11).

4. Allora quali sono gli argomenti che i calvinisti estremisti adducono a proprio favore?

Sono proprio quelli basati sui passi paolini che esaltano l'elezione -che, però, come abbiamo detto, non negano la responsabilità umana: una responsabilità che Paolo stesso ha realizzato in primis («Guai a me se non evangelizzo», 1 Co 9:16).

Uno in particolare, celeberrimo, il cap. 9:6-27 di Romani, che vale la pena citare per esteso:

«Tuttavia non è che la parola di Dio sia caduta a terra, poiché non tutti quelli che sono d'Israele sono Israele. E neppure perché sono progenie di Abrahamo sono tutti figli; ma: «In Isacco ti sarà nominata una progenie». Cioè, non i figli della carne sono figli di Dio, ma i figli della promessa sono considerati come progenie. Questa fu infatti la parola della promessa: «In questo tempo ritornerò e Sara avrà un figlio». E non solo questo, ma anche Rebecca concepì da un solo uomo, Isacco nostro padre (infatti, quando non erano ancora nati i figli e non avevano fatto bene o male alcuno, affinché rimanesse fermo il proponimento di Dio secondo l'elezione e non a motivo delle opere, ma per colui che chiama), le fu detto: «Il maggiore servirà al minore», Come sta scritto: «Io ho amato Giacobbe e ho odiato Esaù». Che diremo dunque? C'è ingiustizia presso Dio? Così non sia. Egli dice infatti a Mosè: «Io avrò misericordia di chi avrò misericordia, e avrò compassione di chi avrò compassione». Non dipende dunque né da chi vuole né da chi corre, ma da Dio che fa misericordia. Dice infatti la Scrittura al Faraone: «Proprio per questo ti ho suscitato, per mostrare in te la mia potenza e affinché il mio nome sia proclamato in tutta la terra». Così egli fa misericordia a chi vuole e indurisce chi vuole. Tu mi dirai dunque: «Perché trova ancora egli da ridire? Chi può infatti resistere alla sua volontà?». Piuttosto chi sei tu, o uomo, che disputi con Dio? La cosa formata dirà a colui che la formò: «Perché mi hai fatto così?». Non ha il vasaio autorità sull'argilla, per fare di una stessa pasta un vaso ad onore e un altro a disonore? E che dire se Dio, volendo mostrare la sua ira e far conoscere la sua potenza, ha sopportato con molta pazienza i vasi d'ira preparati per la perdizione? E questo per far conoscere le ricchezze della sua gloria verso dei vasi di misericordia, che lui ha già preparato per la gloria, cioè noi che egli ha chiamato, non solo fra i Giudei ma anche fra i gentili? Come ancora egli dice in Osea: «Io chiamerò il mio popolo quello che non è mio popolo, e amata quella che non è amata. E avverrà che là dove fu loro detto: "Voi non siete mio popolo", saranno chiamati figli del Dio vivente». Ma Isaia esclama riguardo a Israele: «Anche se il numero dei figli d'Israele fosse come la sabbia del mare, solo il residuo sarà salvato».

Vediamo insieme come si spiegano le parti controverse.

a. Il contesto di Romani 9

Romani 9 non è un trattato astratto sulla predestinazione individuale, ma una risposta alla domanda dei Giudei di Roma: perché Israele, in gran parte, ha rifiutato il Messia, mentre i gentili stanno entrando nel popolo di Dio?

Paolo spiega che:

  • Dio ha scelto di portare avanti la sua promessa attraverso Giacobbe e non attraverso Esaù.
  • Questa scelta non fu basata sulle opere carnali dei due fratelli, ma neppure fu irrazionale: Dio, nella sua onniscienza, sapeva che Giacobbe lo avrebbe cercato, mentre Esaù lo avrebbe disprezzato (Gn 25:29-34; 27; 32:24-30; Eb 12:16-17)
  • La misericordia di Dio non dipese dalla volontà di Giacobbe di primeggiare sul fratello, ma dal fatto che Dio vide in lui il terreno adatto per iniziare un'opera: la fede e il desiderio delle cose spirituali.
  • L'elezione di Giacobbe avvenne per grazia, guardando alla sua fede, non alle sue opere.

b. «Ho amato Giacobbe e ho odiato Esaù» (Rm 9:13): che significa?

Questa frase, ripresa da Malachia 1:2-3, non riguarda la salvezza "casuale" dei due fratelli, ma la scelta di una linea di discendenza (Israele e non Edom) come strumento del piano di Dio.
Il testo parla di popoli scelti per un compito, non di individui predestinati alla salvezza o alla perdizione senza motivo.

c. La linea di discendenza da Abramo a Gesù

  • La scelta della linea che parte da Abramo e arriva a Gesù fu motivata dalla promessa fatta da Dio ad Abramo: «Perché Abramo ha obbedito alla mia voce» (Gn 26:4-5).
  • Tuttavia, questa promessa non predeterminò i successori di Abramo ad avere fede. La Scrittura mostra che «Dio è il remuneratore di quelli che lo cercano» (Ebrei 11:6; Geremia 29:13). Paolo ricorda che i padri «passarono tutti per il mare» e «furono tutti sotto la nuvola», ma «la maggior parte di loro non fu gradita a Dio» (1 Corinzi 10:1-5).
  • Anche tra i discendenti naturali di Abramo, quindi, solo quelli che credettero entrarono nella benedizione.

d. I vasi a onore e a disonore (Rm 9:21-23)

  • Non si tratta di fatalismo: Dio è sovrano come un vasaio che modella l'argilla, ma il risultato può cambiare in base alla risposta dell'uomo. L'utilizzo di questa immagine, tratta da Geremia 18:4-10, dimostra che, se una nazione si pente, Dio revoca il giudizio; se si corrompe, revoca la benedizione.
  • I "vasi" possono, quindi, cambiare destinazione: «Vasi d'ira preparati per la perdizione» (v. 22) = vasi che si sono resi adatti alla perdizione con il loro comportamento (il greco κατηρτισμένα può significare "adattati" o "pronti"); «vasi di misericordia che egli ha preparato per la gloria» (v. 23) = Dio ha predisposto un piano di salvezza, ma lo applica a chi risponde alla sua grazia.
  • Nei capitoli 10 e 11, Paolo mostra che la porta è ancora aperta: «Se non persevereranno nell'incredulità, saranno innestati» (Rm 11:23). Questo non avrebbe senso se il loro destino fosse già deciso in modo irrevocabile. Infatti: «Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato» (Rm 10:13).

d. Il messaggio di Paolo ai Giudei di Roma

Paolo voleva chiarire che:

  • Appartenere a una discendenza di sangue non ha alcun valore salvifico.
  • La mancanza di fede è ciò che escluse molti dalla benedizione («Non tutto Israele è Israele», Rm 9:6; «solo un residuo sarà salvato», Rm 9:6, 27).
  • La fede è la vera chiave per entrare nel Regno: «Se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa» (Ga 3:29; Rm 4:11-12).
  • Come si evince dai capitoli successivi, la responsabilità umana è chiamata in causa: «Israele è inciampato... perché non ha cercato la giustizia mediante la fede, ma mediante le opere» (Rm 9:30-32).

5. Si può parlare di "grazia irresistibile", cioè di una grazia che determina a tal punto la scelta del credente da indurlo ad assecondare automaticamente il piano di Dio?

No. Leggiamo 2 Tessalonicesi 2:13: «Ma noi dobbiamo sempre ringraziare Dio per voi, fratelli amati dal Signore, perché Dio fin dal principio vi ha scelti per la salvezza tramite la santificazione dello Spirito e la fede della verità».

Quest'ultimo passaggio evidenziato in grassetto, quasi identico a 1 Pietro 1:2, rende esplicito:

1. Lo scopo dell'elezione: la salvezza (piano di Dio)

2. Il mezzo dell'elezione: la santificazione nello Spirito e la fede nella verità (azione del credente).

Fede e santificazione da parte del credente, quindi, sono necessarie per l'elezione. Ovviamente, Dio preconosce chi si impegnerà in esse.

a. Fede: perché? Nelle Scritture, ci sono più di 200 inviti, espliciti e impliciti, a esercitare fede. Quale sarebbe la necessità di sollecitare qualcuno che ha un destino già segnato?

Anche se Dio è "autore e compitore della nostre fede" (Eb 12:2) e può aumentarla (Lc 17.5), è necessario che essa venga esercitata dal credente, come apprendiamo dalla lunga dissertazione presente in Romani 3, 4 e 5. In particolare, Dio è "giusto e giustificatore di colui che ha la fede di Gesù" (Rm 3:26).

A proposito di Abramo, l'apostolo osserva che egli "credette a Dio, e ciò gli fu imputato a giustizia" (Rm 4.3), sottolineando che non fu giustificato per opere, ma per fede (v.2). Abramo, quindi, dovette fare qualcosa per ereditare le promesse; dovette muoversi da uno stato all'altro («Or senza fede è impossibile piacere a Dio; infatti chi si avvicina a Dio deve credere che egli esiste e che ricompensa quelli che lo cercano», Eb 11:6).

Gesù stesso ha invitato i Suoi discepoli a credere in Lui (Gv 14:1) e ha chiarito che «chi avrà creduto e sarà stato battezzato sarà salvato; ma chi non avrà creduto sarà condannato» (Mr 16:16). La scelta di credere, e cioè la fede, è una "porta d'accesso" alla grazia di Dio (Rm 5:2); la grazia è stata offerta a tutti, ma viene afferrata solo da chi ha fede.

b. Santificazione: perché? Anche gli inviti alla santità non si contano (684 sono solo quelli espliciti; si arriva a migliaia, in tutta la Bibbia). Che senso avrebbero questi appelli ai credenti, se la responsabilità della santificazione fosse prerogativa di Dio?

Si osservi il seguente verso: «Impegnatevi a cercare la pace con tutti e la santificazione, senza la quale nessuno vedrà il Signore» (Eb 12:14). L'autore dell'epistola parla a una comunità giudeo-cristiana; si tratta di salvati. Eppure, hanno bisogno di fare uno sforzo verso la santità.

6. Allora Dio e l'uomo cooperano insieme alla salvezza?

. In particolare, Dio si muove

a. Attraverso lo Spirito Santo. È Lui che convince il cuore dell'uomo di peccato e lo guida alla verità (Gv 16:8-13); è Lui che sostiene la fede e intercede "con sospiri ineffabili" (Rm 8:26-27). Senza l'opera dello Spirito, la grazia resterebbe un'offerta esterna e la fede un puro sforzo umano. È lo Spirito che salda la grazia di Dio alla risposta del credente.

Chiariamo meglio il rapporto tra grazia e fede. La Scrittura mostra che la grazia di Dio precede sempre l'uomo: è Lui che prende l'iniziativa, che chiama, illumina, attira. Tuttavia, questa grazia non è imposta, ma attende una risposta. La fede, quindi, non è un merito personale, bensì l'atto libero con cui l'uomo accoglie la grazia offerta. Senza la grazia, nessuno potrebbe credere, perché il cuore umano è incapace di salvarsi da solo; senza la fede, la grazia non produce frutto nel singolo, rimanendo come un dono non scartato ma mai aperto. Paolo lo esprime con chiarezza: «Attraverso la grazia, infatti, siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è il dono di Dio» (Ef 2:8).

La salvezza, dunque, non è né soltanto dono, né soltanto sforzo, ma una cooperazione misteriosa: Dio offre e sostiene, l'uomo risponde e persevera.

b. Attraverso la comunità dei credenti. Nella prospettiva biblica, la salvezza non è mai solo un fatto privato o individuale. L'uomo risponde personalmente alla grazia, ma viene inserito in un popolo: la Chiesa, corpo di Cristo (1 Cor 12:12-27). È nella comunità dei credenti che la fede viene sostenuta, nutrita e provata. In questo senso, la responsabilità individuale non annulla, ma anzi implica, la responsabilità reciproca: "Esortatevi a vicenda ogni giorno, finché si può dire: Oggi" (Eb 3:13).

7. Come mai cattolici e ortodossi enfatizzano così tanto il ruolo delle opere nel processo salvifico?

Semplicemente perché la loro base di fede non è costituita solo dalle Scritture. I cattolici tengono in considerazione, oltre alle Scritture (accresciute con i libri deuterocanonici), la Tradizione, il Magistero, il Catechismo, la liturgia, i Padri della Chiesa e il Diritto canonico. Gli ortodossi aggiungono a questi anche i testi ascetici e i canoni sinodali, anche se la loro teologia è molto meno "sistematica" e centralista rispetto a quella cattolica.

Nel corso dei secoli, anche a causa di decisioni di concili, di papi e di patriarchi, si è strutturata una sorta di "pedagogia della fede", cioè una vita devozionale fatta di "tappe" ben definite (sacramenti, liturgie varie…), attraverso un percorso chiaro di pratiche visibili, che insegnino determinati valori e rafforzino il legame tra i credenti e la Chiesa. La tradizione, insomma, è funzionale ad avvicinare all'istituzione.

Biblicamente, però, è vero ciò che abbiamo già rimarcato, e cioè che Dio salva coloro che, avendolo cercato con tutto il cuore, persistono nella santificazione, che non è un insieme di opere meritorie, ma il frutto dell'obbedienza, e cioè della scelta di lasciar operare lo Spirito Santo nella propria vita (Ef 2:8-10).

8. Ma Dio chiama tutti a salvezza? Oppure solo alcuni?

«Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità» (1 Tm 2:4); eppure, in Matteo 22:14, leggiamo: «Molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti», che è la chiosa alla parabola del banchetto nuziale. In sintesi, un re invita molti al matrimonio di suo figlio; alcuni invitati rifiutano l'invito -chi con indifferenza, chi con ostilità. Il re, allora, manda a chiamare altri, dai crocicchi delle strade, buoni e cattivi. Uno di loro si presenta senza abito nuziale e viene cacciato.

a. Molti sono i chiamati

Il termine "chiamati" (gr. κεκλημένοι) si riferisce a tutti coloro che ricevono l'invito; in termini spirituali, tutti coloro che ascoltano il Vangelo o ricevono un'offerta di salvezza. Questo implica una grazia offerta a molti, ma non a tutti.

b. Pochi sono gli eletti

Il termine "eletti" (gr. ἐκλεκτοί) indica coloro che rispondono correttamente alla chiamata. Ma attenzione, perché non basta accettare l'invito, se non si ha l'abito adatto, e cioè le opere derivanti dalla fede, di cui parla Giacomo 2:14-26 (il riferimento all'abito si trova anche in Is 61.10, Gb 29:14, Sal 132:9).

c. Chi sono i non chiamati e qual è il loro destino?

Si tratta di popoli e genti di culture, epoche o luoghi dove Cristo non è stato annunciato, che non hanno la possibilità di salvarsi attraverso la fede in Cristo. Questo non vuol dire che non possano salvarsi affatto. Stando alle Scritture, nessuno si è mai salvato per opere: anche prima di Cristo ci si salvava per fede (Eb 11).

La Bibbia attribuisce un ruolo centrale alla coscienza, e definisce coloro che non hanno dato gloria a Dio "inescusabili", «poiché ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha loro manifestato. Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l'intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità", Rm 1:18-20. Infatti, "quando i pagani, che non hanno la legge, fanno per natura le cose della legge, essi, pur non avendo legge, sono legge a sé stessi; essi dimostrano che quanto la legge esige è scritto nei loro cuori, mentre la loro coscienza ne dà testimonianza e i loro pensieri si accusano o si scusano a vicenda. Questo si vedrà nel giorno in cui Dio giudicherà le azioni segrete degli uomini, secondo il mio vangelo, per mezzo di Cristo Gesù», Rm 2:14-16.

Tuttavia, accanto a questi avvertimenti seri e reali, la Scrittura offre anche una profonda certezza: chi rimane in Cristo è al sicuro. Gesù dice delle sue pecore: «Io dò loro la vita eterna, e non periranno mai, e nessuno le rapirà dalla mia mano» (Gv 10:28). Paolo aggiunge: «Io sono persuaso che né morte né vita... né alcun'altra creatura potrà separarci dall'amore di Dio che è in Cristo Gesù» (Rm 8:38-39). Non si tratta di una garanzia automatica, ma di una fiducia solida: mentre il credente persevera nella fede, sa che Dio è fedele e lo custodisce fino alla fine.

9. Una volta salvati …sempre salvati ("iper-grazia")?

No. La Bibbia suggerisce che la salvezza può essere persa se una persona si allontana da Dio: «Infatti è impossibile riportare alla conversione coloro che una volta sono stati illuminati, che hanno gustato il dono celeste, che sono diventati partecipi dello Spirito Santo, e hanno gustato la buona parola di Dio, e le potenze del mondo a venire, se poi ricadono, perché essi crocifiggono di nuovo per conto loro il Figlio di Dio e lo espongono a vituperio» (Eb 6:4-6).

Qui si parla di persone che avevano addirittura preso parte al movimento dello Spirito Santo; di essi si dice che non è possibile riportarli alla conversione, se diventano impenitenti. Questo vuol dire che si erano convertiti e, poi, sono "scaduti dalla grazia" (Ga 5:4); è possibile, cioè, distinguere, due momenti: la ricezione della grazia e lo scadere dalla grazia.

Queste due fasi sono ben visibili nelle tre immagini presenti nella lettera alle sette chiese dell'Apocalisse, dove Dio ammonisce i credenti a tenere ferma la salvezza attraverso la perseveranza: il candelabro, il libro della vita e la corona.

  • «Ricordati dunque da dove sei caduto, ravvediti e fa' le opere di prima; se no verrò presto da te e rimuoverò il tuo candelabro dal suo posto, se non ti ravvedi», Ap 2:5.
  • «Chi vince sarà vestito di vesti bianche; non cancellerò il suo nome dal libro della vita e confesserò il suo nome davanti al Padre mio e davanti ai suoi angeli», Ap 3:5 (anche Es 32:32; Sal 69:38).
  • «Ecco, io vengo presto; tieni fermamente ciò che hai, affinché nessuno ti tolga la tua corona», Ap 3:11.

Come si vede, un candelabro posto nel tempio di Dio può essere rimosso; un nome scritto sul libro della vita può essere cancellato; una corona posta sul capo può essere tolta.

Se la salvezza fosse garantita senza condizioni dopo il primo momento di fede, allora l'insegnamento sulla santificazione, sulla perseveranza, sul pentimento e sulla vigilanza sarebbe inutile.

La cosiddetta "certezza della salvezza", dunque, testimoniata dallo Spirito al credente (Rm 8:16), si concretizza attraverso:

  • la perseveranza (Ap 2:10; Mt 24:13; Eb 3:14)
  • il frutto (Mt 7:16-20; 1 Gv 3:14-15)

10. Saremo tutti giudicati, o solo coloro che hanno rifiutato Cristo?

Saremo tutti giudicati, ma in modi e tempi diversi.

a. Il Tribunale di Cristo

É la fase che precede il millennio. Vi compariranno i salvati di tutti i tempi,non affinché sia discussa la loro salvezza, ma affinché siano valutate le opere della fede compiute in vita, che danno luogo a ricompense o perdita di ricompensa. «Tutti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, affinché ciascuno riceva la ricompensa delle cose fatte nel corpo, secondo ciò che ha fatto, sia in bene che in male», 2 Co 5:10 (si veda anche Romani 14:10-12). In particolare, in 1 Corinzi 3:13-15 si parla di opere provate "come dal fuoco": se l'opera resiste, il credente riceve una ricompensa; se si brucia, esso "sarà salvo, però come attraverso il fuoco".

Queste "ricompense" non hanno a che fare con la vita eterna, dove il premio sarà lo stesso per tutti, e cioè la presenza perpetua di Dio (Mt 20:1-16), bensì con il regno millenario dei fedeli con Cristo (Ap 20:4-6), dove la "quantità" di autorità ricevuta nel governo sarà proporzionata alla fedeltà dimostrata nel tempo terreno (come evidenzia la parabola delle mine, Lc 19:11-27).

b. Il Giudizio Universale (o Giudizio del Gran Trono Bianco)

È la fase che precede l'eternità con Dio. Vi compariranno gli increduli di ogni epoca, per essere condannati: «Tutti i morti, grandi e piccoli, stanno davanti al trono e sono giudicati secondo ciò che è scritto nei libri. Chi non è scritto nel libro della vita è gettato nello stagno di fuoco», Ap 20:11-15.

E tutte quelle persone che non hanno avuto la possibilità oggettiva di esercitare libero arbitrio e responsabilità (bambini mai nati, soggetti con handicap inficianti la coscienza)? Crediamo che valgano le seguenti parole di Gesù: «Lasciate che i piccoli fanciulli vengano a me e non glielo impedite, perché di tali è il regno di Dio» (Mr 10:14). Dio è giusto giudice.

Inutile ricordare che chi è salvo "non passa per il giudizio" (Gv 5:24), ma solo per il Tribunale di Cristo.

Tiriamo le somme. La Bibbia non presenta la salvezza come un destino già scritto e immodificabile, né come un traguardo da guadagnare con le sole forze umane. La predestinazione, sotto questo punto di vista, non è una condanna o un privilegio arbitrario, ma l'assicurazione che Dio ha preparato in Cristo un cammino di vita e di gloria per chiunque Lo ama. Il giudizio finale non sarà dunque un tribunale capriccioso, ma la manifestazione della verità: ognuno raccoglierà ciò che avrà deciso di fare della grazia ricevuta. La grazia apre la porta, la fede entra, la perseveranza conduce alla gloria.


IL CESSAZIONISMO E' BIBLICO?

Il "cessazionismo" è una dottrina che afferma che i doni soprannaturali dello Spirito Santo, come il parlare in lingue, la profezia, la guarigione miracolosa e altri segni e prodigi, sono cessati con la morte degli apostoli o con la conclusione del Nuovo Testamento. Secondo questa visione, questi doni erano esclusivamente per l'edificazione della Chiesa primitiva e non sono più operativi nella Chiesa moderna.

La maggior parte dei cessazionisti, tuttavia, è disposta a credere che Dio possa ancora operare miracoli, ma non più attraverso le persone.

Sebbene molti cristiani sostengano questa posizione, altre organizzazioni, come quella carismatica e pentecostale, credono che i doni spirituali siano ancora validi oggi ("continuazionismo"). Esploriamo il cessazionismo e vediamo perché questa dottrina non trova un fondamento biblico solido.

1. La fondamenta del cessazionismo

Il cessazionismo si basa sull'idea che i miracoli, le guarigioni e le profezie erano segni unici per autenticare l'autorità degli apostoli e per stabilire la Chiesa durante il periodo iniziale della sua crescita. I cessazionisti interpretano alcuni versetti delle Scritture come indicazioni che i doni soprannaturali sono cessati una volta che il Nuovo Testamento è stato completato e gli apostoli sono morti. In particolare, i cessazionisti citano 1 Corinzi 13:8-10 per supportare questa teoria: "L'amore non viene mai meno. Le profezie verranno meno, le lingue cesseranno, la conoscenza sparirà. Poiché in parte conosciamo e in parte profetizziamo, ma quando verrà ciò che è perfetto, allora ciò che è parziale sparirà".

Secondo i cessazionisti, "ciò che è perfetto" si riferisce alla conclusione del Nuovo Testamento, che è visto come completo. Così, i doni soprannaturali, come le lingue e la profezia, avrebbero cessato di esistere una volta che il canone delle Scritture fosse stato chiuso. Tuttavia, questa interpretazione è contestata da molti altri gruppi cristiani che sostengono che il "perfetto" si riferisca al ritorno di Cristo e al compimento finale del Regno di Dio, non alla chiusura del canone biblico.

2. La scarsa base biblica del cessazionismo

Anche se il cessazionismo ha i suoi sostenitori, le argomentazioni bibliche che supportano questa posizione sono deboli. In particolare, non esistono passaggi chiari che affermino esplicitamente che i doni spirituali debbano cessare con la morte degli apostoli o la conclusione del Nuovo Testamento.

a) Il mandato di Gesù di fare discepoli in tutte le nazioni

In Matteo 28:19-20, Gesù dà il grande mandato alla Chiesa di fare discepoli in tutte le nazioni, "insegnando loro a osservare tutte le cose che vi ho comandato". Questo mandato non ha una scadenza o una fine stabilita dalla Bibbia, il che implica che la missione della Chiesa, così come i doni necessari per compierla, continuano fino al ritorno di Cristo. Non c'è alcuna indicazione che Gesù avesse previsto una fine dei doni spirituali prima del Suo Ritorno. "Andate dunque e fate discepoli di tutte le nazioni, battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutte le cose che vi ho comandato; ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine dell'età presente."

Questa promessa di Gesù di essere "con noi tutti i giorni" implica una continuità nel Suo operato tramite lo Spirito Santo, che include la presenza dei doni spirituali nella vita della Chiesa fino alla fine dell'età presente.

b) Gli apostoli stessi non affermano la cessazione dei doni

Anche gli scritti degli apostoli non danno alcuna indicazione che i doni spirituali sarebbero cessati con la morte di alcuni apostoli o la conclusione del Nuovo Testamento. Al contrario, Paolo, ad esempio, esorta i credenti a desiderare i doni spirituali: "Proseguite nell'amore, ma cercate con brama i doni spirituali, soprattutto di profetizzare" (1Co 14:1), seppur con indicazioni di ordine ben precise.

Se i doni spirituali dovessero cessare, non avrebbe avuto senso per Paolo esortare la Chiesa a desiderarli. Inoltre, nel capitolo successivo, Paolo dice che "quando verrà ciò che è perfetto", cioè il ritorno di Cristo, i doni cesseranno, ma non prima. Questo implica che i doni rimarranno attivi fino al ritorno di Cristo, non fino alla chiusura del canone.

c) Il ministero di Gesù e dello Spirito Santo continua nella Chiesa

Gesù ha promesso di inviare lo Spirito Santo per continuare il Suo ministero attraverso la Chiesa. In Giovanni 14:12, Gesù dice: "In verità, in verità vi dico che chi crede in me, anche egli farà le opere che io faccio; e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre."

Se i doni spirituali sarebbero cessati con la morte degli apostoli o la conclusione del canone, questa promessa di Gesù non avrebbe senso. La Chiesa continua la Sua opera attraverso il potere dello Spirito Santo, che include anche i miracoli, la guarigione e i segni.

d) La testimonianza storica della Chiesa primitiva e contemporanea

La storia della Chiesa, sia nei primi secoli che oggi, è segnata da una continua testimonianza di esperienze soprannaturali, guarigioni e miracoli. Le Chiese carismatiche e pentecostali, in particolare, testimoniano l'esperienza continua dei doni spirituali, il che dimostra che l'idea che i doni siano cessati non è in linea con la realtà vivente della Chiesa di Cristo.

Il cessazionismo, quindi, sebbene abbia avuto un impatto significativo in alcune tradizioni cristiane, non trova un sostegno chiaro nelle Scritture. Invece, la Bibbia insegna che i doni spirituali sono stati dati alla Chiesa per la sua edificazione e per la realizzazione del mandato di Gesù di fare discepoli (Ro 12:6-8). Inoltre, il ritorno di Cristo è il punto in cui i doni spirituali cesseranno, non la morte degli apostoli o la chiusura del Nuovo Testamento. La testimonianza continua della Chiesa, delle esperienze spirituali e dei miracoli, conferma che i doni dello Spirito sono ancora operativi oggi, in attesa della Parusia.

La visione biblica di una Chiesa che opera con i doni dello Spirito fino al ritorno di Cristo è più coerente con la testimonianza delle Scritture e con l'esperienza della Chiesa universale. Pertanto, il cessazionismo non può essere considerato una posizione biblica valida.

IL CASO DI GIUNIA: UNA DONNA APOSTOLO?

Chi l'avrebbe mai detto, qualche anno fa, che avremmo assistito a una tale apertura del mondo evangelico pentecostale al ministero femminile?

Ci riferiamo non solo alla predicazione e all'esortazione, ma anche al governo di chiesa; si sente parlare, sempre più spesso, di donne apostolo, e la cosa non manca di suscitare qualche polemica. Tuttavia, la questione non è assolutamente nuova.

C'è un verso, nella Parola di Dio, che fa discutere, perché sembra lasciar intravedere la presenza di una donna apostolo nella chiesa primitiva. Sarà veramente così?

Leggiamo da Romani 16:7: "Salutate Andronico e Giunia, miei parenti e compagni di prigione, i quali sono segnalati fra gli apostoli, e anche sono stati in Cristo prima di me".

I punti controversi sono i seguenti:

1. "Giunia" è il nome di un uomo o di una donna?

2. Cosa vuol dire che Giunia e Andronico erano "segnalati tra gli apostoli"? Che erano noti agli apostoli oppure che erano apostoli di rilievo?

È evidente, infatti, che, se Giunia risultasse sia una donna, che un apostolo, avremmo un precedente biblico che legittima l'apostolato femminile.

Ma andiamo con ordine.

1. L'identità

Giunia è al 100% un nome di donna. Ci rendiamo conto che non tutti concordano, ma è chiaro che il motivo è soprattutto ideologico, visto che le argomentazioni a favore del "Giunia uomo" sono pari a zero.

Giunia è un nome romano (Iunia), ma nel Nuovo Testamento è traslitterato in greco (Ἰουνιά= Iunià).

Nel sistema dei nomi romani, il nome principale era quello della gens di appartenenza, ossia del clan che raggruppava un certo numero di famiglie (gens Fabia, Iulia, Claudia, Licinia, ecc.). Essendo tale nome un aggettivo della gens, l'uomo prendeva il nome della gens al maschile, la donna al femminile (Fabius/Fabia; Claudius/Claudia; ecc.) 1.

Dunque, il nome "Giunia", che in latino è "Iunia", doveva essere il nome della gens al femminile, cioè un nome di donna; se Giunia fosse stato un uomo, la traslitterazione biblica in greco sarebbe stata ουνιός, cioè il corrispettivo del latino Iunius (Giunio).

Abbiamo una documentazione storica ricchissima che comprova che i nomi Iunia (Giunia) e Iunius (Giunio) venivano usati, rispettivamente, per la donna e per l'uomo; non esiste alcuna attestazione che il nome Iunia possa essere stato mai usato per un uomo, mentre per la donna ricorre almeno 250 volte 2.

A conferma di tutto ciò, c'è da dire che la Chiesa Ortodossa ha sempre considerato Giunia una donna, oltre che moglie di Andronico, e festeggia i due il 30 giugno (Santi Andronico e Giunia di Roma Sposi, discepoli di San Paolo).

Santa Giunia, venerata dalla Chiesa Ortodossa.
Santa Giunia, venerata dalla Chiesa Ortodossa.

Viceversa, la Chiesa Cattolica non annovera i due nell' Elenco dei santi e beati, e mette in discussione l'identità di Giunia, ventilando la possibilità che questo nome possa essere la contrazione di "Giuniano", nome maschile. Proprio per questo, la versione della Bibbia C.E.I afferma che Andronico e Giunia erano "eminenti apostoli", dunque uomini.

In realtà, i Padri della Chiesa consideravano Giunia una donna; in particolare, Giovanni Crisostomo (354?-407) la riteneva anche un apostolo: "Quanto grande è la devozione di questa donna che essa sia reputata degna dell'appellativo di apostolo!" (Omelia su Romani 16) 3.

Nessuno, cioè, si scandalizzava che una donna fosse coinvolta nel ministero. Le cose si misero diversamente solo a partire dal XIII secolo secolo, quando, in ambito cattolico, papa Bonifacio VIII decise di limitare drasticamente l'influenza delle donne nel servizio ecclesiale, per esempio introducendo la clausura per le monache: in questo periodo, si iniziò a discutere se, dietro il nome di Giunia, non si nascondesse piuttosto la figura di un apostolo maschio, e alcuni copisti medievali, influenzati in tal senso, diedero vita al Giunia apostolo.

Non così in ambiente protestante (tre secoli dopo), dove questa discussione non è presente; infatti, dopo la riforma (XVI secolo), le principali traduzioni della Bibbia, tra cui la famosa King James, si sono basate sul confronto con la Vulgata di Girolamo in Latino, che segue fedelmente l'originale greco. Solo la Bibbia C.E.I, che fa a meno della Vulgata ma accoglie anche libri non canonici, si spinge a usare l'espressione "eminenti apostoli".

È stato il Cattolicesimo, quindi, a costruire l'idea di un Giunia uomo e apostolo, per motivi ideologici e storici.

Potrebbe essere stata, Giunia, la moglie di Andronico? È molto verosimile. Abbiamo diversi elementi a supporto:

a. Nello stesso capitolo che stiamo analizzando, ai vv. 3-4, Paolo cita un'altra coppia di servi: Aquila e Priscilla: "Salutate Priscilla ed Aquila, miei compagni d'opera in Cristo Gesù, i quali hanno rischiato la loro testa per la mia vita; a loro non solo io, ma anche tutte le chiese dei gentili rendono grazie".

I due sono citati insieme perché la coppia è considerata una cosa sola, che ha lavorato nello stesso senso per Dio e per la Chiesa (collaborando con Paolo e rischiando per lui la vita). Ricorda moltissimo il caso di Andronico e Giunia.

Tra l'altro, non si può escludere che Giunia e/o Andronico, parenti di Paolo in qualche modo, fossero Giudei romanizzati, esattamente come Aquila e Priscilla, visto che la comunità giudaica era molto fiorente a Roma in quel tempo e sembra che proprio lì fosse stato predicato il Vangelo in fase iniziale.

Un caso simile di "coppia mista", formata da moglie giudea e marito greco, è quello dei genitori di Timoteo: "Or egli giunse a Derbe e a Listra; qui c'era un discepolo, di nome Timoteo, figlio di una donna giudea credente, ma di padre greco" (Atti 16:1). Questo fenomeno era diffuso nell'impero ormai "globalizzato" del I secolo.

b. Paolo dice che questa coppia gli è parente, ma il nome di Andronico è greco, mentre quello di Giunia è romano. All'epoca non esiste ancora la moda di imporre nomi "esterofili", quindi il nome rivela la provenienza, almeno quella familiare.

In più, Andronico e Giunia risiedono a Roma, si sono convertiti prima di Paolo e appartengono a una chiesa non fondata da lui. Adottando il criterio "economico", per dirla con alcuni storici, è più probabile che un/una parente di Paolo avesse sposato uno/una straniero/a, e che poi i coniugi si fossero convertiti, piuttosto che Paolo avesse due parenti stranieri, ma di diversa provenienza, casualmente risiedenti entrambi a Roma e convertitisi pressoché insieme!

2. Il ruolo

Chiarita l'identità femminile di Giunia, occupiamoci della questione successiva: può, Giunia, essere stata un apostolo?

Andiamo al testo biblico e prendiamo il pezzo controverso, e cioè quello che noi traduciamo "segnalati fra gli apostoli", mentre la traduzione C.E.I. riporta "eminenti apostoli". La traduzione della Vulgata di Girolamo, che segue letteralmente l'originale greco 4, è "nobiles in apostolis": la resa più letterale è "nobili/eminenti/segnalati, ecc. fra gli apostoli", e non "eminenti apostoli"; in quest'ultimo caso, infatti, Paolo avrebbe potuto scegliere la forma più snella "nobiles apostoli".

Non abbiamo ancora, però, la soluzione all'enigma. Cosa si intende con questa espressione? Che Andronico e Giunia erano di rilievo "agli occhi" degli apostoli" o "nel numero" degli apostoli?

La stessa ambiguità si ritrova in Atti 15:22, quando gli apostoli decidono di mandare ad Antiochia Giuda e Sila, "uomini stimati tra i fratelli". L'autore di Atti è Luca, il quale, come Paolo, non ha utilizzato la forma più snella "fratelli stimati". Dunque, dobbiamo dedurre che Giuda e Sila godevano di buona considerazione tra i fratelli: allo stesso modo, possiamo dire che Andronico e Giunia godevano di buona considerazione tra gli apostoli.

C'è un ultimo argomento, che mi sembra non trascurabile, a smentire la possibilità che Giunia e Andronico possano essere stati due apostoli di rilievo, ed è che i due non vengono mai citati tra gli apostoli o le "colonne" della chiesa nel libro degli Atti, che è il racconto più preciso delle vicissitudini della chiesa primitiva.

Eppure, stando alle parole di Paolo, Giunia e Andronico avevano dato prova di valore, e all'epoca, gli apostoli venivano scelti soprattutto tra coloro che avevano messo a rischio la vita per il Vangelo, mentre coloro che erano fuggiti venivano diffidati presso le varie chiese. Quindi, quale sarebbe stato il motivo per non citarli in Atti?

E, invece, vediamo che, ogni volta che si scelgono degli "inviati" (è questo il significato di "apostoli"), non si fa mai il nome di Giunia e Andronico. Il motivo è che i due non avevano un incarico spirituale presso le chiese.

La soluzione più probabile è che Giunia e Andronico siano stati una coppia di servizio, esattamente come Aquila e Priscilla, e che si fossero segnalati per aver, innanzitutto, servito gli apostoli (come Aquila e Priscilla), pur non avendo un mandato ministeriale tra le comunità cristiane.

Ci ripromettiamo di approfondire in un articolo dedicato la questione dell'apostolato femminile. Dio ci benedica!


NOTE:

1 All'uomo toccavano anche un prenome (che a volte era un numero di successione, es. "Decimus"),e un cognome, cioè un soprannome caratterizzante, mentre alla donna solo un numero di successione o ordine di nascita ("maggiore" (maior)/ "minore" (minor), e in alcuni casi anche un altro nome di famiglia, propria o del marito. Ad esempio:

MASCHIO: Marcus Tullius Cicero (prenome, nome della gens, soprannome)

FEMMINA: Tullia Prima o Tullia Maior (nome della gens, numero/ordine di nascita)

2 Citiamo solo qualche esempio, con tanto di fonti storiche come prova:

-Personaggi storici col nome di Giunia:

Giunia Calvina (poetessa e filosofa romana del I secolo a.C., donna "bella e procace" secondo Tacito in Annales 12.4.1, figlia di Marco Giunio Silano Torquato).

Giunia Claudia (morta nel 36, prima moglie dell' imperatore Caligola secondo Cassio Dione, in Storia romana, lviii.25.2 e Svetonio in Vite dei Cesari, Caligola, 12.1).

Giunia Seconda (morta nel 30 a.C., figlia del console Decimo Giunio Silano, sorella uterina di Marco Giunio Bruto, moglie del triumviro Marco Emilio Lepido, stando a Tito Livio, Periochae CXXXIII, 3; Velleio Patercolo, Historiae Romanae ad M. Vinicium consulem libri duo, II 88, 1-3; Seneca, De brevitate vitae 4, 5; De clementia I 9, 6; Svetonio, Augusto 19, 1).

Gunia Terza (morta nel 22 d.C., terzogentita di Decimo Giunio Silano, sorella uterina di Marco Giunio Bruto, moglie di Cassio Longino, stando a Tacito, Annales, III, 76).

-Personaggi storici col nome di Giunio:

Giuni Bruti

Lucio Giunio Bruto: fondatore della Repubblica romana nel 509 a.C.

Lucio Giunio Bruto: leader della secessione della plebe sul Monte Sacro nel 494 a.C., uno dei primi a ricoprire la carica di tribuno della plebe (Dion.6, 70), prese il cognomen di Bruto senza averne alcun diritto.

Decimo Giunio Bruto Sceva: console nel 325 a.C. assieme a Lucio Furio Camillo (Livio VIII, 12, 29).

Gaio Giunio Bubulco Bruto: console nel 317, 313 e 311 a.C. magister equitum durante la dittatura di Lucio Papirio Cursore.

Decimo Giunio Bruto Albino: uno degli assassini di Cesare (44 a.C.), nato nell'84 a.C., adottato da Aulo Postumio Albino.

Giuni Silani

Marco Giunio: combattente nella II guerra punica con Scipione, in Spagna, dove nel 211 a.C., batté Annone e Magone.

Decimo Giunio Silano Manliano: condannato dal padre nel 141 a.C.

Marco Giunio Silano: console nel 109 a.C., sconfitto dai Cimbri.

Marco Giunio Silano: pretore nel 77 a.C. e proconsole in Asia nel 76 a.C.

Decimo Giunio Silano: console nel 62 a.C. con Licinio Murena, patrigno di Bruto.

3 Almeno altri 17 Padri latini parlano di Giunia al femminile, come Origene di Alessandria (Epistolam ad Romanos Commentariorum 10, 23; 29), e Girolamo (Liver Interpretationis Hebraicorum Nominum 72, 15).

4 ἐπίσημοι ἐν τοῖς ἀποστόλοις


L'OTTIMISMO A TUTTI I COSTI:UNA MISSIONE NON BIBLICA

Essi curano alla leggera la piaga del mio popolo; dicono: "Pace, pace", mentre pace non c'è (Gr 6:14).

Chi canta canzoni a un cuore afflitto è come chi si toglie il vestito in un giorno di freddo e come aceto sulla soda (Pr 25:20).

1. Attirare il positivo?

Stiamo vivendo giorni davvero caotici, e credo che siamo tutti d'accordo nel riconoscere in questa epoca i segnali di un vistoso giro di boa in senso anticristiano, ma... avete notato? Per molti sembra tutto relativo e poco degno di importanza. Persino la constatazione che "siamo negli ultimi tempi" è diventato uno slogan di rassegnazione, e ha perso la sua spinta propulsiva. Si preferisce non parlare delle cose "negative" e concentrarsi solo su Gesù ("positivo").

Strano, perché Gesù non ha mai lasciato i Suoi discepoli con un palmo di naso. È vero, ha usato un linguaggio duro per orecchie dure: ma ha soddisfatto la sete di tutti. Non ha aspettato che Gli chiedessero risposte: le ha fornite in anticipo. E, quando ha rivelato gli avvenimenti della fine, si è premurato di dare ai Suoi istruzioni ben precise su come comportarsi, cosa fare, cosa non fare: il Suo discorso in proposito si estende per ben 47 versetti (Mt 24:4-51) e il succo è questo: "Preparatevi!".

Ultimamente siamo stati contattati da alcuni fratelli che volevano condividere con noi il peso di quello che sta succedendo nel nostro Paese, perché nel contesto di provenienza le loro preoccupazioni venivano minimizzate. Esistono addirittura realtà in cui viene insegnata la pratica di respingere tutto ciò che è negativo, nella convinzione che questo possa "attirare il positivo"; le persone vengono invitate a "rinnovare la propria mente" nel senso di sforzarsi di non nominare le cose poco piacevoli. Ma la domanda che ci poniamo è: è biblico tutto questo?

2. Gesù non era un ottimista

Gesù era profondamente empatico. Cercava il contatto con le persone non solo per "fare" qualcosa, ma soprattutto per stabilire una sintonia con i loro cuori. Poteva andare in una casa di gioia come in una casa di lutto, e passava tanto tempo ad ascoltare la gente; in ogni caso, aveva una risposta "condita con sale" da dare a ciascuno. E questa risposta non era mai tesa a minimizzare la gravità della situazione o "respingere il negativo".

Quando Gli riferirono che Lazzaro era morto, Gesù pianse. Sapeva che di lì a poco lo avrebbe resuscitato, ma in quel momento preferì dare peso alla gravità della circostanza e condividere il proprio dolore con i familiari del defunto. E questo succede esattamente anche a noi: Gesù simpatizza con i nostri affanni, prima di guarirci da essi.

Notate cosa dice Paolo in Filippesi 4:8: "In conclusione, fratelli, tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri". Non solo ciò che è positivo o "attrae positività". C'è una indubbia sete di verità nel popolo di Dio che non si può accantonare, come abbiamo letto nel verso di Geremia posto a inizio articolo. La missione della Chiesa non è quella di seminare ottimismo, ma (anche) quella di dare risposte fondate sulla verità della Parola.

3. Come deve essere la Chiesa?

La Chiesa non è chiamata a estraniarsi dal mondo per seguire un corso "parallelo" o alternativo, ma a camminare "nel mondo" cercando di contaminarsi il meno possibile. Gesù nominò fatti e persone specifiche che avrebbero avuto parte in causa nella vita dei discepoli, ed erano tutte circostanze che potremmo definire "negative" per loro. Ma ciò che contava era che i discepoli sapessero come regolarsi rispetto ad esse, a suo tempo. Guai se avessero sottovalutato le parole di Gesù. E a maggior ragione noi!

Allora affrontiamo la realtà in cui viviamo a viso aperto, e smettiamola di "cantare canzoni ai cuori afflitti". Se siamo realmente convinti che, per noi cristiani, è già scritto un lieto fine, utilizziamo i doni che abbiamo per accogliere le perplessità dei più deboli, senza dissimulazioni. Accogliamo gli arrabbiati, e non cerchiamo di allontanarli perché "negativi". Attacchiamo bottone con i solitari, cha magari si trascinano un peso che nessuno ha preso in carico. Non banalizziamo ciò che hanno da dire solo perché il problema è il loro rapporto con la politica, le istituzioni o gli avvenimenti contemporanei: è lo Spirito che avverte la Chiesa!

E non cerchiamo di essere "ottimisti", ma piuttosto "realisti"; non "positivi" a tutti i costi, ma "pronti"; non allineati alla mentalità di questo mondo, ma "biblici".

Dio ci benedica!


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