CHIESA E SOCIETA'

Questa sezione esplora il rapporto tra fede cristiana, vita della Chiesa e mondo contemporaneo.

Si riflette su responsabilità spirituale, testimonianza pubblica e sulle sfide che la cultura attuale pone al credente.

Uno spazio per interrogarsi su come vivere il Vangelo con fedeltà, verità e amore. 



PERCHE' TANTI STANNO LASCIANDO LE CHIESE?

1. Non solo ferite: cosa sta succedendo davvero

Negli ultimi anni il fenomeno dell'uscita dalle chiese si sta intensificando. Le spiegazioni più comuni chiamano in causa leadership abusive, traumi spirituali e ferite non guarite, espressioni che ormai si assomigliano sempre più, ma che non vanno assolutamente minimizzate, perché la Scrittura condanna i pastori che pascono sé stessi anziché il proprio gregge (Ez 34:2–6).

Ma fermarsi a questo sarebbe riduttivo. C'è qualcos'altro che sta accadendo: una crescente attenzione per le proprie esigenze, figlia di una cultura del consumo, che ci porta a valutare ogni relazione in base a quanto ci fa sentire bene, compresi i rapporti ecclesiali. La Scrittura ci avverte che "negli ultimi giorni verranno tempi difficili, perché gli uomini saranno amanti di sé stessi…" (2 Tm 3:1–2) … e quegli uomini siamo proprio noi credenti.

E, così, l'altro viene rapidamente catalogato come "tossico", senza lasciare spazio a una domanda fondamentale: e se Dio stesse usando proprio quella situazione per lavorare sul mio cuore?

Ogni volta che ci relazioniamo con persone imperfette — e, quindi, sempre — dobbiamo mettere in conto la possibilità che si verifichino dinamiche difficili. Succede in chiesa, ma anche sul lavoro, in famiglia, nei rapporti di amicizia: non esistono contesti umani sterilizzati dal peccato. E, cosa ancora più scomoda da accettare, non siamo solo vittime di queste dinamiche: a volte ne siamo anche parte attiva. Possiamo ferire, irrigidirci, reagire male, creare tensioni. La maturità spirituale comincia quando smettiamo di leggere tutto in chiave difensiva, e iniziamo a riconoscere che siamo in piedi solo grazie al perdono continuo di Dio e di altre persone.

La Bibbia ci ricorda che "tutte le cose cooperano al bene per coloro che amano Dio" (Rm 8:28): non dice che tutte le cose sono buone, ma che Dio le usa per formarci. Se non riceviamo ciò che desideriamo, non è detto che siamo vittime di un'ingiustizia: a volte è il Signore che sta guidando la nostra crescita in direzioni che non avevamo previsto.

Mi è capitato, una volta, di fare un test di orientamento lavorativo insieme ai miei studenti e, trovandomi in un particolare momento di burnout, cercavo disperatamente di evitare risultati che mi collegassero al mondo della scuola. Eppure, il responso continuava a indicare proprio ciò che io non volevo accettare! È una dinamica che conosciamo bene anche nella fede: spesso Dio ci conduce dove non avremmo scelto, perché Lui vede ciò di cui abbiamo realmente bisogno.

«Puoi tu scandagliare le profondità di Dio? Puoi tu arrivare alla perfezione dell'Onnipotente? È più alta dei cieli: che puoi fare? È più profonda degli inferi: che ne sai?» (Gb 11:7-9). La ragione umana non può comprendere la mente di Dio.

2. Pecore senza pastore e responsabilità condivisa

Un ulteriore elemento che aggrava il fenomeno è l'iniziativa, che parte da alcuni pulpiti, di incoraggiare ad "uscire" – o, addirittura, "scappare" – da certi contesti come soluzione quasi automatica ad ogni oppressione. Ho visto i leader più sinceri scivolare nella legittimazione di scelte affrettate, nell'assurdo tentativo di proteggere le persone da chissà chi, anziché metterle in guardia da sé stesse.

Il problema è che non tutti hanno il discernimento necessario per distinguere tra una situazione realmente abusante e una stagione difficile che richiede perseveranza. Il risultato è che molti si ritrovano fuori da ogni comunità, diventando, senza rendersene conto, pecore senza pastore (Mt 9:36), con conseguenze spirituali abnormi.

Va detto chiaramente: la Bibbia non vieta da nessuna parte di cambiare chiesa. Esistono realtà dalle quali è giusto allontanarsi, soprattutto nel momento in cui si realizza di non essere in condizione di reggere determinati pesi. In tal caso, però, il Dio biblico — che non è mai cambiato — non resta in silenzio: quando c'è un reale pericolo spirituale, Egli avverte e guida chiaramente le persone fuori da ciò che può distruggerle.

In generale, non esistono contesti sempre negativi, ma contesti più o meno adatti alla formazione delle varie tipologie di discepoli. So che quello che dirò non piacerà a tutti, ma la Scrittura ci mostra che Dio può servirsi, per un tempo, di leadership imperfette e persino oppressive per compiere i Suoi propositi.

In Geremia 25:9, Nabucodonosor viene chiamato "mio servo", benché fosse un re pagano e violento, perché si lasciò usare da Dio per disciplinare Israele e distruggere il tempio. Ma poi, Dio fece i conti anche con lui: in Daniele 4, vediamo Nabucodonosor umiliato e destituito da Dio per essersi innalzato, per poi essere ristabilito solo dopo il ravvedimento. Lo stesso si verifica nei tre capitoli di Habacuc: Dio usa la violenza dei Caldei per portare al ravvedimento il popolo di Giuda, ma poi promette di giudicare anche i Caldei. Questo ci insegna due cose fondamentali: Dio può usare anche leadership sbagliate, ma nessun abuso resta impunito davanti a Lui.

3. Fuggire non forma: la resilienza nasce restando

Ogni spostamento comporta dei contraccolpi, come il rischio di non radicare mai, di vivere una fede "nomade", di passare da una comunità all'altra senza mai portare a termine i processi di crescita e, quindi, senza mai sviluppare il frutto dello Spirito, che è uno degli scopi principali della frequentazione di una comunità. Il frutto dello Spirito non cresce nelle fughe, ma nella permanenza; non nasce evitando i conflitti, ma attraversandoli con Cristo.

La Scrittura non incoraggia mai l'abbandono della comunità come via ordinaria di guarigione: al contrario, ci esorta a non trascurare la comune adunanza (Eb 10:25) e a camminare insieme, portando i pesi gli uni degli altri (Gal 6:2).

Le lettere alle sette chiese dell'Apocalisse, che rappresentano tutte le possibili tipologie di comunità, ci lasciano intravedere situazioni profondamente imperfette o compromesse, come tolleranza di false dottrine, immoralità e tiepidezza. Eppure, il Signore non dice mai ai Suoi redenti: "uscite da quella chiesa", ma chiama al ravvedimento, parla al residuo fedele e continua a operare, garantendo che Lui è al lavoro per cercare di recuperare persino Jezabel, colei che stava traviando i santi di Tiatira (Ap 2:20-23). Agli occhi di Dio, infatti, tutte le anime hanno uguale valore.

Nella mia esperienza personale, ho osservato che chi lascia una comunità ritenuta "tossica" spesso fatica, poi, a trovare una collocazione stabile e soddisfacente altrove. Perché?

Perché le chiese che ammiriamo di più sono quelle che hanno gli standard più elevati, ai quali, paradossalmente, potremmo non essere adatti. Perché chi non impara a restare quando le cose diventano difficili raramente sviluppa resilienza e fedeltà.

Sono un'appassionata di giardinaggio, e ho notato che le piante che mi riescono meglio sono quelle che ho deciso di proteggere di meno, lasciandole sempre nello stesso posto a qualsiasi condizione; un po' come successe al popolo d'Israele, che dovette fortificarsi sopportando diverse stagioni di re, alcuni giusti e altri perversi. Non tutte le epoche erano uguali: spesso, Dio chiedeva di aspettare un cambio di rotta, mentre, altre volte, interveniva drasticamente. Ma il popolo non poteva semplicemente "cambiare nazione": era chiamato a interrogarsi sulla propria responsabilità davanti a Dio. E ricordiamolo: Dio ha il controllo. Se vuole, può destituire chi non gradisce in un attimo (Dn 2:21); allo stesso modo, se intende farci raggiungere un certo traguardo, nessuno potrà opporsi: «Ed ora vi dico: ritiratevi da questi uomini e lasciateli andare; perché se questo consiglio o quest'opera è dagli uomini, sarà distrutta; ma se è da Dio, non potrete distruggerla, e badate di non trovarvi a combattere contro Dio stesso» (At 5:38-39).

A volte immaginiamo che uscire sia l'unica via possibile, ma spesso Dio ci chiama a restare, a pregare, a perseverare, ad aspettare un Suo intervento. Ci sono tempi in cui bisogna resistere e confidare in un cambiamento, e altri in cui Egli stesso apre una porta. La chiave è il discernimento, non l'impulsività.

La Scrittura è molto chiara su questo punto: Dio non disciplina per distruggere, ma per formare: «Figlio mio, non disprezzare la disciplina del Signore e non perderti d'animo quando sei da lui ripreso; perché il Signore corregge quelli che ama» (Eb 12:5–6). E ancora: «Egli ci disciplina per il nostro bene, affinché partecipiamo alla sua santità» (Eb 12:10). Questo significa che non ogni situazione difficile è un'indicazione di fuga: molte volte, è proprio il laboratorio di Dio per renderci maturi. La disciplina può passare attraverso persone imperfette, contesti scomodi, leadership fragili … ma resta sempre sotto il controllo del Padre.

4. Il mito dell'autonomia spirituale

Oggi molti pensano di poter vivere la fede in modo individuale: culto domestico, predicazioni online, spiritualità privata. Ma, se questo fosse sufficiente, il Signore non avrebbe istituito la Chiesa (Mt 16:18), non avrebbe dato ministeri (Ef 4:11–16), non avrebbe parlato di corpo (1 Cor 12) e non avrebbe stabilito autorità spirituali (Eb 13:17).

Il culto familiare è prezioso, biblico e necessario: è il primo luogo di trasmissione della fede; ma non può bastare, perché la famiglia è un sistema chiuso, mentre il Vangelo è pensato per vivere in un corpo. La Scrittura non affida mai a una sola famiglia cose come la custodia della dottrina, la correzione spirituale, il discernimento dei doni e la protezione dagli autoinganni.

In questi casi è richiesta alterità, cioè qualcuno che non sia dentro il nostro stesso circuito emotivo, affettivo e decisionale. Una famiglia tenderà sempre, anche in buona fede, a proteggere invece di correggere, giustificare invece di discernere e, in generale, interpretare tutto "dall'interno". Non è un difetto morale: è un limite strutturale. Il rischio, quindi, non è tanto l'eresia, quanto una fede non verificata e non messa alla prova.

La Chiesa è stata pensata per offrire almeno cinque risorse irrinunciabili:

a. Correzione esterna, cioè qualcuno che possa dire: "qui ti stai sbagliando" senza che sia percepito come un tradimento affettivo.

b. Confronto reale: non persone "come noi", ma doni diversi, con letture ed esperienze diverse.

c. Disciplina spirituale, che non è punizione, ma protezione per la maturazione del credente.

d. Donarsi reciproco: nella famiglia si dà per ruolo, mentre nella Chiesa si dà soprattutto per grazia.

e. Copertura spirituale, non nella forma del controllo istintivo, ma di responsabilità condivisa davanti a Dio.

Quando una famiglia rifiuta ogni riferimento esterno, quindi, spesso non sta difendendo la fede, ma la propria interpretazione della fede.

5. I "mostri" ecclesiali e la nostra parte di responsabilità

Molti credenti, quando si trovano davanti a fenomeni come nepotismo, personalismi o leadership accentratrici, li leggono quasi esclusivamente in chiave spirituale. Si parla di "spiriti sbagliati", di "uomini carnali", di "chiese malate"; in questa lettura, il credente si percepisce soprattutto come vittima di dinamiche più grandi di lui, dalle quali proteggersi.

Ma la verità è che può trattarsi, semplicemente, di meccanismi umani non governati, e che prosperano nella mancanza generale di maturità. Il "nepotismo", ad esempio, classificato come avidità di potere, spesso si radica nel silenzio di comunità che hanno delegato tutto a pochi, perché nessuno riesce a garantire fedeltà nel tempo, inducendo i leader ad affidarsi ai propri familiari. I personalismi non emergono solo perché qualcuno vuole primeggiare, ma anche perché molti preferiscono farsi guidare da una figura forte piuttosto che dallo Spirito Santo. La mancanza di ascolto spirituale, spesso, è solo assenza di reciprocità: chiedere l'attenzione della comunità solo quando si hanno problemi non è il miglior modo per stabilire una relazione di successo.

Siamo onesti: cosa succede, nelle nostre case, quando qualcuno decide di non esercitare attivamente la propria parte di responsabilità?

Il problema non è soltanto "chi guida", ma come il corpo vive la propria vocazione. Cristo è venuto a formare il Suo corpo, non ambienti perfetti. La Chiesa, come la famiglia, non è pensata per essere un pubblico passivo, ma un organismo, in cui ogni membro è chiamato a crescere, parlare con verità, esercitare discernimento e amore. Dove questo viene meno, anche la leadership più sana rischia di deformarsi; e dove la leadership è debole o sbilanciata, il silenzio dei credenti diventa complicità involontaria.

Non tocca solo ai leader plasmare la cultura di una chiesa: la cultura nasce dal popolo, o, meglio, da come il popolo risponde quando si propone la cultura del Regno. Comunità instabili producono leadership difensive; credenti poco radicati alimentano sistemi di controllo; fedeli che scappano alla prima difficoltà rendono fragile l'intero corpo. Siamo tutti parte del problema, ma possiamo essere tutti parte della soluzione.

6. L'unica soluzione possibile

Lasciare una chiesa non è sempre azzardato. Esistono situazioni estreme, e Dio sa come liberare i Suoi quando il pericolo è reale. Ma trasformare l'uscita in una risposta automatica al disagio è spiritualmente pericoloso.

Le cose sarebbero diverse se comprendessimo davvero questo: nulla di ciò che ci accade sfugge al permesso di Dio. Ogni persona che incontriamo, ogni relazione che ci mette alla prova, non è lì per snervarci inutilmente, ma soprattutto per affinarci. Come dice la Scrittura, il ferro affila il ferro (Pr 27:17): e il ferro, per affilare, deve stridere.

La Bibbia mostra più volte che Dio salva città, popoli e comunità non perché a un certo punto tutti cambiano, ma perché qualcuno sceglie di restare in piedi davanti a Lui. A volte è un profeta, a volte un uomo povero e dimenticato (Ec 9:14-15).

Il problema, oggi, è che stiamo perdendo la capacità di attraversare il dolore, di lasciarci formare invece di difenderci. Viviamo in una generazione che confonde la pace con l'assenza di conflitto, e la guida di Dio con ciò che ci fa sentire meglio. Ma la Scrittura ci mostra un'altra via: quella della perseveranza, della fedeltà, della responsabilità personale. La vera domanda, allora, non dovrebbe essere: «In quale comunità mi trovo meglio?», ma: «Dove mi trovo adesso, Cristo ha spazio per lavorare più profondamente in me?».

Non torniamo semplicemente alle strutture, né cerchiamo ambienti più confortevoli. Torniamo al primo amore (Ap 2:4), a Cristo in noi, speranza di gloria (Cl 1:27), perché è Lui — e non l'ambiente ideale — il Pastore delle nostre anime (1 Pt 2:25). E tornare a Cristo significa inevitabilmente tornare alla croce, comprendendone il significato. La croce non è solo il luogo del perdono, ma quello in cui il nostro ego viene messo a morte, dove impariamo che la vita cristiana non si fonda sull'autodifesa, ma sulla resa. È lì che cessiamo di chiederci cosa ci spetta e iniziamo a domandarci cosa Dio sta formando in noi.


AMORE INCLUSIVO E UNITA' DELLA CHIESA: COSA DICE LA BIBBIA

Parlare di unità della Chiesa, oggi, è una sfida. Il mondo globale si avvia verso l'unificazione del pensiero, e questo non ci rassicura: sappiamo a cosa prelude. L'idea globalista di "unità" non è altro che la tolleranza di tutto ciò che rispetta una serie di standard umani. Ma sono anche gli standard biblici?

1. Nessuna unità senza verità

Per quel che penso, il concetto biblico di "unità" si può risolvere nel versetto 17 del capitolo 17 di Giovanni, in cui Gesù prega il Padre dicendo: "Consacrali nella verità. La tua parola è verità".

A dispetto di quanto si crede comunemente, cioè, il fulcro della famosa "preghiera sacerdotale" non è l'unità, ma la verità, senza la quale non può esserci alcuna unità. Mi spiego meglio.

Come afferma il noto evangelista Paul Washer, se non siamo d'accordo sugli attributi di Dio, c'è poco da fare, non può esserci unità tra di noi. La maggior parte dei credenti non farebbe alcuna fatica a riconoscere che Dio è onnisciente, onnipresente ed eterno, ma come la mettiamo quando dichiariamo anche che Egli è giusto, e però permette anche il male? Che Egli è uno, e quindi non divide la Sua gloria con nessuno? Che Egli è santo, e quindi richiede santità?

Faccio un esempio pratico. Se io e te volessimo iniziare un rapporto di amicizia, ma tu avessi una pessima e ingiusta idea di mio padre, quanto sarebbe possibile tutto ciò? Se tu andassi in giro dicendo cose non vere di lui, o addirittura offensive, come potresti venire a casa mia?

Quando Gesù inizia a pregare il Padre, gli dice di non voler pregare per il mondo, ma per coloro che Gli sono stati dati (9). C'è una prima e importante scrematura, che è operata dalla verità.

Si noti che Gesù parla di due uniche possibilità: "quelli che mi hai dato" oppure "il mondo". Più tardi, Gesù rincara la dose e dice "Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo" (15-16).

Insomma, come possiamo reputare "Suo" qualcuno che non ha neanche voglia di aprire la Bibbia per vedere se il proprio Dio corrisponda a quello che è raccontato dalla Genesi all'Apocalisse? Qualcuno che non riconosce che Gesù è esattamente ciò che dice di Sé stesso nella Sua Parola?

E, se è vero che non chiunque dice "Signore, Signore" sarà da Lui riconosciuto, la questione su chi sia Chiesa e chi no è presto risolta.

2. Amore "inclusivo"? Anche no!

Inutile parlare di amore "inclusivo", se Gesù, l'amore in persona, non lo ha fatto; se Giovanni, l'"apostolo dell'amore", ha definito "anticristo" colui che nega il Padre e il Figlio (1Gv 2:22), posto che "chiunque nega il Figlio, non ha neanche il Padre" (22).

Allora cosa dire di tutte quelle brave persone che credono genericamente in Dio, pur non accettando la verità biblica? Non possiamo tentare di instaurare una sorta di comunione anche con loro?

In 2 Corinzi 6:14-15, Paolo esorta così la Chiesa: "Non vi mettete con gli infedeli sotto un giogo diverso, perché quale relazione c'è tra la giustizia e l'iniquità? E quale comunione c'è tra la luce e le tenebre? E quale armonia c'è fra Cristo e Belial? O che parte ha il fedele con l'infedele?".

Duro, vero? Però non sembra esserci scampo: come Gesù distingue senza indugio i Suoi dal mondo, anche l'apostolo bipartisce nettamente la situazione. Quindi la risposta è no, non può esserci comunione. Il punto è che Gesù non ha pregato per rendere unito ciò che non si può unire. Non ha pregato per fare un ibrido accettabile ai più.

3. Non siamo stati chiamati a unificare la Chiesa

Diamo uno sguardo a quest'altra richiesta di Gesù al Padre: "Custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi. Quand'ero con loro, io conservavo nel tuo nome coloro che mi hai dato e li ho custoditi" (11-12).

Domanda. Il Padre avrà ascoltato, o no, la richiesta del Figlio? Beh, io credo di sì. Non c'è niente da aggiungere. L'unità dei credenti è stata già compiuta da Dio, nel Suo nome, e a noi non tocca altro. Non siamo stati chiamati a unificare la Chiesa.

Non solo: la preghiera di Gesù si estende anche a coloro che dovranno credere in futuro: "Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me; perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato (Gv 17: 20-21).

Il mondo, cioè, non è impressionato dall'ecumenismo, ma dal fatto che persone di diverse lingue, nazioni e tribù, in diverse epoche, siano unite in Cristo. Come? Attraverso la Sua gloria data a noi. "E la gloria che tu hai dato a me, io l'ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell'unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me" (22-23).

Immagino che anche questa preghiera sia stata già esaudita, soprattutto perché Gesù afferma di aver già dato la Sua gloria ai Suoi, in ogni tempo e luogo. Riassumendo Giovanni 17, in particolare, emerge che Gesù ha realizzato:

- L'UNITA' DEL FIGLIO COL PADRE (21)

- L'UNITA' DEL CREDENTE CON CRISTO (22)

- L'UNITA' DEI CREDENTI DI TUTTE LE EPOCHE (20)

4. Il nocciolo della questione: l'unità visibile

Il problema è che l'obiettivo biblico dell'unità viene spesso mancato. Non si tratta, infatti, dell'unità di tutti coloro che si definiscono credenti, ma dei "Suoi", cioè di coloro che appartengono a Cristo. Ciò che Cristo ha fatto nell'invisibile, ora va reso visibile.

Allo stesso modo, sappiamo che Cristo ha reso santa la Sua sposa; ora, si tratta di camminare in santità.

Leggiamo Efesini 4:1-6:

"Io dunque, il prigioniero per il Signore, vi esorto a camminare nel modo degno della vocazione a cui siete stati chiamati, con ogni umiltà e mansuetudine, con pazienza, sopportandovi gli uni gli altri nell'amore, studiandovi di conservare l'unità dello Spirito nel vincolo della pace. Vi è un unico corpo e un unico Spirito, come pure siete stati chiamati nell'unica speranza della vostra vocazione. Vi è un unico Signore, un'unica fede, un unico battesimo, un Dio unico e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, fra tutti e in voi tutti".

In poche parole, Paolo sta definendo l'unità dottrinale della Chiesa, perché la garanzia dell'unità è data dalla verità, come abbiamo visto in in Gv 17:17. Schematizzando, l'unità dottrinale consiste in:

  • Un UNICO CORPO: la chiesa, il cui capo è Cristo (4)
  • Un UNICO SPIRITO: lo Spirito Santo, che opera ravvedimento, conversione, prodigi, miracoli e dispensa doni e ministeri (4)
  • Un'UNICA SPERANZA: la speranza nella resurrezione finale e nella gloria eterna (4)
  • Un UNICO SIGNORE: Gesù Cristo, unica Via che porta al Padre (5)
  • Un'UNICA FEDE: la fede nel sacrificio liberatorio di Cristo (5)
  • Un UNICO BATTESIMO: il battesimo per immersione (5)
  • Un UNICO DIO E PADRE: il Dio trino, che ha fatto ogni cosa per Cristo e attraverso Cristo (6)

Chi ha queste cose (e non chi non le ha) deve sforzarsi di rispecchiarle in modo visibile, "nel vincolo della pace". Questa è la sfida!

Non ci sono altre chiamate. Non dobbiamo aprire "tavole rotonde" per ridiscutere le intenzioni di Dio. Non possiamo illuderci di avere qualcosa in comune con chi non ha la verità, anzi: sforziamoci piuttosto di mostrargliela! Anziché tranquillizzare la coscienza di chi è lontano, mettiamogli un pungolo, sapendo che ne va della salvezza.

È possibile realizzare l'unità a livello visibile? La Parola ci dice di sì.

Nel giorno di Pentecoste, i discepoli "erano tutti riuniti con una sola mente nello stesso luogo" (At 2:1). Dunque:

- UN'UNICA MENTE

- UN UNICO LUOGO

E man mano che la Chiesa cresceva, "il gran numero di coloro che avevano creduto era di un sol cuore e di una sola anima; nessuno diceva esser suo quello che aveva, ma tutte le cose erano in comune fra di loro" (At 4:32). Dunque:

- UN UNICO CUORE

- UN'UNICA ANIMA

La Chiesa primitiva sperimentò la potenza di Dio innanzitutto perché ubbidì al comando di Gesù di non allontanarsi da Gerusalemme per aspettare la promessa dello Spirito Santo (At 1:4). Si ritrovò, dunque, riunita (unico luogo) per un unico scopo (unica mente).

A questo punto, chiediamoci: possiamo dire lo stesso di noi e della nostra chiesa locale? Abbiamo un unico scopo? E se sì, qual è?

È proprio questo che ha in mente l'apostolo Paolo, quando scrive, in Filippesi 2:2-7:

"Rendete perfetta la mia gioia, avendo uno stesso modo di pensare, uno stesso amore, un solo accordo e una sola mente non facendo nulla per rivalità o vanagloria, ma con umiltà, ciascuno di voi stimando gli altri più di sè stesso. Non cerchi ciascuno unicamente il proprio interesse, ma anche quello degli altri. Abbiate in voi lo stesso sentimento che già è stato in Cristo Gesù, il quale, essendo in forma di Dio, non considerò qualcosa a cui aggrapparsi tenacemente l'essere uguale a Dio, ma svuotò sé stesso, prendendo la forma di servo, divenendo simile agli uomini".

Come Gesù ha pregato per la chiesa universale, Paolo lo ha fatto per quella locale. È da qui che dobbiamo partire, e realizzare:

- UN SOLO MODO DI PENSARE (2)

- UN SOLO AMORE (2)

- UN SOLO ACCORDO (2)

- UNA SOLA MENTE (2)

- UN SOLO SENTIMENTO (5)

Ma è proprio l'unità il messaggio di Paolo, in questo caso?

5. La strada maestra: la santità

Mi sembra che l'apostolo si focalizzi piuttosto su come arrivare all'unità, quindi sulla santità. La conseguenza dell'imitare Cristo, che si umiliò fino a "svuotare sé stesso", è l'amore. Da esso deriva l'unità.

Schematizzando: Verità→ Santità→ Amore→ Unità. Paradossalmente, però c'è qualcuno che pensa che si possa invertire il processo!

Perché non riusciamo più a realizzare tutto ciò?

C'è un problema grave che affligge la chiesa contemporanea, che non è assolutamente la mancanza di unità con chi non ha il Cristo biblico, bensì la mancanza di coerenza con la Parola di Dio.

La parola co-haerentia fa riferimento a un'unione stretta a indissolubile con qualche cosa. A chi siamo uniti?

In virtù di Giovanni 17 sappiamo che siamo uniti al Padre, in Cristo. Ma l'abbassamento degli standard di santità a cui stiamo assistendo sta avendo conseguenze catastrofiche.

La questione non è che non ci sono buone relazioni tra credenti, ma che i credenti non hanno una buona relazione con sé stessi. Spesso la santità viene vissuta come una serie di privazioni, anziché come un obiettivo glorioso, e così non c'è coerenza tra lo Spirito e l'anima, essendo quest'ultima travolta dalle attrattive/sollecitudini di questo mondo.

Il credente moderno soffre di una forte dissociazione spirituale ed emotiva, perché, anziché separare da sé stesso ciò che non è buono, preferisce separare la vita ecclesiale rispetto a quella privata, e quest'ultima rispetto alla vita pubblica, entrando di volta in volta in modalità differenti. Relativizzare la Parola di Dio significa impedirle di guarire la persona, e così anche le relazioni.

E questa era la preoccupazione di Gesù. Prima di buttarci nella girandola delle conferenze psicologiche sulle relazioni, quindi, dovremmo tornare a insegnare che la Parola è l'unica cura alla nostra personale dissociazione -e conseguente incoerenza.

"La parola di Dio, infatti, è viva ed efficace. È più tagliente di qualunque spada a doppio taglio. Penetra a fondo, fino al punto dove si incontrano l'anima e lo spirito, fin là dove si toccano le giunture e le midolla. Conosce e giudica anche i sentimenti e i pensieri del cuore. Non c'è nulla che possa restar nascosto a Dio. Davanti ai suoi occhi tutte le cose sono nude e scoperte. E noi dobbiamo rendere conto a lui" (Eb 4:12-16).

Lavorare per l'unità significa lavorare per la santità. Decidere di fare aderire ogni cosa di noi stessi agli standard di Dio è il presupposto-base per recuperare l'integrità della nostra persona e delle nostre relazioni.

Il requisito è la verità; l'obiettivo è l'unità visibile; il mezzo è la santità, da cui scaturisce l'amore.

Dio ci benedica!


LA CHIESA DI OGGI: LA SPOSA "NERA" E "MALATA D'AMORE"

Io sono nera ma bella, o figlie di Gerusalemme, come le tende di Kedar, come le cortine di Salomone.

Non guardate se son nera, perché il sole mi ha abbronzata. I figli di mia madre si sono adirati con me; mi hanno posto a guardia delle vigne, ma la mia propria vigna non l'ho custodita.

(Ca 1: 5-6)

Sostenetemi con focacce d'uva, ristoratemi con pomi, perché io sono malata d'amore.

La sua sinistra è sotto il mio capo e la sua destra mia abbraccia.

(Ca 2:5)

1. Un libro criptico

Quando ho studiato il Cantico dei Cantici all'università, in occasione di un corso di storia del Cristianesimo, non ho realizzato quasi nulla del prezioso messaggio che questo libro ha in serbo per la Chiesa di oggi. Nonostante il commento di un noto teologo, autore di un libro sulla materia, non ho ricevuto alcuna rivelazione significativa che potesse illuminarmi sul significato della travagliata storia d'amore tra Salomone, lo Sposo (figura di Cristo) e la Shulammita, sua Sposa (figura della Chiesa).

Ci sono tornata diversi anni dopo e ci ho passato sopra una notte intera, ma senza successo.

2. La rivelazione

Poi, un giorno, è accaduto qualcosa. Stavo meditando su un'immagine che gira parecchio sui social e rappresenta la chiesa come una bellissima sposa-guerriera vestita di bianco. Ho sentito chiaramente dentro di me: "Vedi questa figura? Molti credenti si illudono di potersi rispecchiare in qualcosa del genere mentre sono su questa terra; tuttavia, essendo mancanti e fallaci, vivono un'intensa frustrazione. Eppure la Parola ha una soluzione per guarire da questa condizione".

La mia mente è andata subito alla Sposa nera del Cantico dei Cantici: finalmente riuscivo ad afferrare tutto ciò che il Signore voleva dirmi. Ma procediamo con ordine.

La prima cosa che salta all'occhio, leggendo il Cantico, è, appunto, il fatto che la Sposa si definisca "nera" perché "abbronzata dal sole", ma "bella". La Chiesa terrena è così: segnata, ma bella. Perché Dio (il Sole) ci santifica giorno dopo giorno, bruciando le nostre carnalità, fino a renderci persino riconoscibili da chi ci guarda. E questo ci rende disprezzabili agli occhi del mondo, ma desiderabili a quelli dello Sposo.

In generale, però, affrontiamo questo momento di "lavorazione" da parte di Dio con grande insofferenza. Perché? Ce lo spiega proprio la Sposa: siamo malati d'amore e desideriamo stringere tra le mani qualcosa che ci appaghi nell'immediato. "Sostenetemi con focacce d'uva, ristoratemi con pomi" -reclama la Sposa- perché sono malata d'amore". Ovvero: voglio frutti. Voglio toccare con mano. Voglio soddisfazione materiale. Eppure lì, saldamente unito a lei, c'è lo Sposo in persona, che la abbraccia! Non è sufficiente?

3. Una ricerca disperata

Questo è esattamente ciò che viviamo oggi. Siamo disperatamente alla ricerca di qualcosa che dia forma e peso al nostro cristianesimo. Molti anelano invano a ricostruire il pentecostalesimo delle origini, senza voler comprendere appieno qual è la missione per l'oggi; altri si tuffano in realtà miracolistiche -più che carismatiche- dove il prodigio si possa "toccare con mano" ogni giorno; altri ancora vogliono sentirsi utili realizzando attività benefiche a ritmo parossistico. Vogliamo frutti che ci sazino, hic et nunc. Vogliamo essere sicuri di ricevere qualcosa di concreto, oppure di lasciare un'impronta duratura del nostro operato. La mentalità consumistica di questo tempo ci ha letteralmente travolto. Ma abbiamo perso di vista lo Sposo, che ci desidera.

Colpisce l'irrequietezza della Sposa. Consapevole delle proprie mancanze, dei propri fallimenti in termini di costanza e responsabilità ("mi hanno posto a capo delle vigne, ma la mia propria vigna non l'ho custodita" Ca 1:6), non riesce ad armonizzare il proprio desiderio dello Sposo con azioni coerenti. Di conseguenza, non riesce a godersi la Sua presenza, che è quanto di più prezioso esista, come emerge con forza da questo libro.

Per ben due volte, questa "distopia" della Sposa la porterà a separarsi dallo Sposo, realizzando diverse esperienze infelici (Ca 3:1-5; 5:2-9), in seguito alle quali ammetterà di non essere stata abbastanza presente a sé stessa da valorizzare l'appuntamento con lo Sposo. Eppure, Lui non ha mai una parola d'accusa o di biasimo per l'incostanza della Sposa. Mai. Gesù rimane fedele, nonostante i nostri tradimenti e i mancati appuntamenti. E aspetta con pazienza che la Sposa comprenda i propri errori, continuando a dichiararsi innamorato di lei ("non svegliate, non svegliate l'amore mio, finché lei non lo desideri", Ca 2:7; 3:5; 8:4).

4. Pesi inutili

Per gli Sposi del Cantico, tutto si concluderà felicemente con l'unione d'amore finale. Ed è esattamente ciò che avverrà quando banchetteremo con Gesù nei Cieli. Quindi perché vivere con paranoia i nostri momenti "flop"? Perché cercare invano dei colpevoli nell' "altro" -magari in altri credenti? Perché non iniziamo a goderci la bellezza e l'amore incondizionato del nostro Signore?

Torniamo alla Parola: la Chiesa terrena di ogni tempo è esattamente come ci viene descritta dal Cantico. Accettiamolo! La buona notizia è che Gesù è saldamente unito a noi in un abbraccio d'amore che non finirà mai. Dobbiamo fermarci; dobbiamo imparare a riconoscere la Sua presenza, il Suo profumo, le Sue parole d'amore per noi. Dobbiamo tornare a gioire nell'esprimerGli il nostro amore e la nostra lode.

Credo che non ci sia gioia più grande di questa per Gesù. Se recuperiamo la consapevolezza di chi è realmente questo Sposo e di quale sia la portata del Suo amore, guariremo da ogni malessere e avremo piena vittoria in ogni sfida!

Mettimi come un sigillo sul tuo cuore, come un sigillo sul tuo braccio; poiché l'amore è forte come la morte, la gelosia è dura come lo Sceol. Le sue fiamme sono fiamme di fuoco, una fiamma ardente. Le grandi acque non potrebbero spegnere l'amore, né i fiumi sommergerlo (Ca 8:6-7).

IL "NON TI E' LECITO": LA RESPONSABILITA' PROFETICA DELLA CHIESA VERSO I GOVERNANTI

Giovanni infatti gli diceva: «Non ti è lecito tenere la moglie di tuo fratello!» Perciò Erodiade gli serbava rancore e voleva farlo morire, ma non poteva. Infatti Erode aveva soggezione di Giovanni, sapendo che era uomo giusto e santo, e lo proteggeva; dopo averlo udito era molto perplesso, e l'ascoltava volentieri (Mr 6:18-20).

1. E' lecito a un cristiano fare politica?

È notizia di qualche anno fa che una nota proposta di legge a dir poco controversa per noi cristiani, il DDL Zan, sia stata clamorosamente accantonata, grazie a una battaglia durata mesi. Una battaglia che è stata portata avanti da pochissimi leader cristiani, per la verità, i quali hanno "osato" presentare le proprie rimostranze addirittura davanti al Senato (a colpi di giurisprudenza, e non di versetti biblici -ovviamente!). Ed è solo grazie a questo sparuto numero di "voci nel deserto" che oggi possiamo gridare vittoria.

Certo, sul web si sono visti tanti "NO" di protesta e taluni -anche se in numero inferiore- hanno preso parte a qualche manifestazione. Ma è mancata la parte più importante: il "non ti è lecito" di tanti, troppi leader cristiani... oltre che degli immancabili credenti "titubanti". Lampade sepolte sotto il moggio dell'indifferenza, o dell'indecisione.

Il punto della questione è il seguente: esiste una convinzione radicata, tra i figli di Dio, che non sia compito della Chiesa intrufolarsi nella politica e nelle sue decisioni, e che il nostro rapporto con le istituzioni debba limitarsi al "dare a Cesare quel che è di Cesare". La motivazione? Siamo cittadini dei cieli: ciò che accade sulla Terra è relativo. Eppure, grazie a questa vittoria a cui TANTI non hanno contribuito, TUTTI hanno ottenuto indiscussi vantaggi SPIRITUALI nella predicazione della Parola di Dio!

Continuo a pensare a Giovanni Battista. Voglio dire: Giovanni abitava nel deserto, vestendo e mangiando in maniera spartana, e avendo come unica occupazione quella di gridare al ravvedimento. Eppure, non sappiamo come né quando, in un dato momento della sua vita lo troviamo alla presenza di un re, a dirgli: "Stai sbagliando, perché sei in adulterio".

Poteva tacere e continuare a gridare nel deserto. Qualcuno si sarebbe avvicinato -e tanti arrivavano. Eppure, Giovanni sentì il bisogno di andare proprio da Erode, e sappiamo che non finì bene per lui. E per fare cosa? Per tentare di farlo desistere da un "comune" peccato di cui, in Israele, nessuno si scandalizzava più. Ma le parole di Giovanni non andavano a vuoto, perché Erode aveva STIMA di lui.

A questo punto qualcuno potrebbe obiettare che il raggio d'azione di Giovanni rimase confinato all'"uomo" Erode e non riguardò la sua politica. Non mettiamo in dubbio che Dio fosse interessato al destino dell'anima di Erode; in realtà, però, Giovanni sapeva che il peccato personale di un governante può nuocere all'intera nazione. Diamo uno sguardo alle Scritture.

2. L'autorità genera influenze

Il censimento peccaminoso voluto da Davide scatenò la peste su tutto il popolo d'Israele (1 Cr 21; 2 Sa 24). La codardia dei giudici d'Israele al tempo di Debora portò il popolo a essere preda dei Cananei (Gc 5). I re che ripristinarono l'idolatria indussero tutto il popolo a peccare (1, 2 Re; 1, 2 Cr). Quindi, stabiliamo un punto fermo: il modo in cui un governante opera nel privato ha NECESSARIAMENTE delle ricadute sul pubblico e può coinvolgere milioni di persone, nel bene e nel male.

Di contro, infatti, quando un'autorità opera con saggezza può salvare un intero popolo, come fu per Giuseppe, consigliere illuminato del faraone, grazie al quale il popolo egiziano scampò alla più grave carestia della sua storia (Ge 41, 42). Ma cosa sarebbe successo, se il faraone non avesse dato retta a Giuseppe?

In tutta la storia di Israele, ci sono profeti mandati da Dio per guidare l'operato dei re, a partire da Giuseppe per finire, appunto, con Giovanni, passando per Mosè, Giona, Daniele, Isaia, Geremia, per citarne alcuni. Li vediamo preannunciare punizioni divine al sovrano che non si comporta bene, ma anche indirizzare i re a intraprendere o meno una certa battaglia. Fanno segni da parte di Dio, e sono ammirati quanto disprezzati.

Non solo profeti ma, addirittura, semplici uomini timorati di Dio. Quando Geroboamo indusse il popolo a cadere nuovamente nell'idolatria, un anonimo uomo di Dio - e non un profeta- fu mandato ad avvisarlo, con segni e miracoli, che un altro re più giusto sarebbe subentrato a lui e che tutti i suoi idoli sarebbero stati demoliti (2 Re 13: 1-10). E, come nel caso di Erode, Geroboamo capì che quell'uomo parlava da parte di Dio.

Nell'arco della sua lunga vita, il noto evangelista Billy Graham aveva fatto da consigliere personale a ben 12 presidenti statunitensi! Anche l'attuale presidente degli USA è circondato da ministri che lo accompagnano con la preghiera e il supporto spirituale. E, quando un governante onora la Parola di Dio, Dio onora lui e tutta la nazione. Se avremo il coraggio di uscire allo scoperto, potremo essere usati da Dio per influenzare nazioni, come consiglieri di potenti e autorità. "Chiedimi, e io ti darò le nazioni come tua eredità e le estremità della terra per tua possessione" (Sl 2:8). Sta a noi accettare la sfida.

Non rimaniamo "nascosti" nelle nostre convinzioni. Mettiamoci la faccia, perché Gesù ci ha messo tutto sé stesso.

Dio ci benedica!


TERRA COMPROMESSA: 

CINQUE ARGOMENTI BIBLICI CONTRO IL SIONISMO CRISTIANO

Questo articolo affronta una questione complessa che intreccia Bibbia, storia e attualità. L'analisi proposta è di natura teologica e non intende sostenere alcuna posizione politica o ideologica.

È bastato davvero poco a scatenare la faziosità in una grossa fetta del popolo cristiano nel mondo.

Noi amiamo Israele e simpatizziamo con il popolo che per primo fu scelto da Dio per mostrare la Sua gloria tra le genti; condanniamo l'atto terroristico di Hamas e rigettiamo qualsiasi forma di violenza, e di qualsiasi colore politico. Ma questo non può voler dire appoggio incondizionato a tutto ciò che Israele dice e fa, politicamente e militarmente. Perché il sionismo- di questo si tratta- altro non è che estremismo.

Che una guerra epocale sia in atto in Palestina, è un dato di fatto: tra un bombardamento e un lancio di pietre, tra un atto terroristico e una risoluzione violata, la questione israelo-palestinese si trascina stancamente da tempo immemore, e le cause storico-politiche si intrecciano alle velleità nazionalistiche, patinate di ideologia religiosa, di entrambi i popoli.

Tanto premesso, la domanda cruciale per noi cristiani è: che posizione dovremmo assumere in merito a questa situazione? Dobbiamo sostenere Israele o condannare la guerra?

Il mondo cristiano appare diviso, in tal senso, e soprattutto indeciso, se non confuso, sulla corretta interpretazione delle Scritture a proposito del ruolo di Israele nell'attuale contesto spirituale, oltre che geopolitico. Eppure, a noi sembra che la Parola di Dio abbia tanto da dire. Bibbia alla mano, quindi, facciamo un po' di chiarezza, partendo da una premessa storica.

1. Il sionismo è un movimento politico e ideologico, che non ha nulla di spirituale, ed è estraneo sia al giudaismo, che alle Scritture.

Le rivendicazioni territoriali di Israele non sono la diretta conseguenza dell'interpretazione della Torah, ma delle istanze del sionismo, il movimento politico fondato alla fine del 1800 che incita gli Ebrei al ritorno nella "terra promessa" e all'allontanamento dei non Ebrei. Il suo fondatore è il giornalista austriaco Theodore Herzl, il quale, preso atto delle continue persecuzioni a cui gli Ebrei erano sottoposti, si fece promotore dell'idea che a Israele spettasse un proprio Stato in Palestina.

Senza entrare nel merito della questione dell'autodeterminazione di un popolo, che riteniamo legittima, dobbiamo specificare, però, che il sionismo ha assunto connotazioni nazionalistiche, con tutte le conseguenze possibili, e cioè l'intolleranza e la discriminazione dell'elemento etnico non ebraico presente in Palestina. In più, il sionismo è stato manovrato e finanziato da varie potenze mondiali allo scopo di destabilizzare il Medio-Oriente, e si è imposto, da un lato, sulla scia della strumentalizzazione dell'Olocausto; dall'altro, sulla manipolazione del testo biblico a scopo politico.

È quanto denunciano gli Ebrei che hanno preso le distanze dal sionismo, specificando che la fede giudaica condanna ogni forma di violenza. Queste le parole del Rabbi Yisroel Dovid Weiis: "Vogliamo che il mondo sappia che il movimento sionista non è un movimento ebraico. È stato un movimento politico e materiale creato da eretici che semplicemente cercano di inglobare la nostra religione nel tentativo di intimidire e mettere a tacere le persone che si oppongono, definendole antisemite" (www-infopal-it.cdn.ampproject.org).

Come è facile immaginare, il sionismo ha allungato i suoi tentacoli anche sui media, che stanno propagandando una versione "occidentalista" della guerra in corso (D. De Villepin) e inculcando l'idea che Israele abbia il diritto di perpetrare qualsiasi atrocità pur di arrivare ai propri scopi. E, incredibilmente, molti cristiani sono caduti nel tranello, ritenendo che la Parola supporti Israele nel suo comportamento aggressivo. Ma le cose stanno davvero così?

Una lettura attenta delle Scritture ci mostrerà che Dio non ha nessuna intenzione di assecondare le pretese del Sionismo: "Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servi combatterebbero affinché io non fossi dato in mano dei Giudei; ma ora il mio regno non è di qui" (Gv 18:36).

2. L'elezione di Israele è "senza pentimento" (Rm 11:29), ma è finalizzata alla salvezza e funziona allo stesso modo dell'elezione di tutti gli altri figli di Dio.

Nella cristianità esistono due movimenti d'opinione opposti a proposito dell'elezione di Israele: quello che ritiene che Israele sia stato rigettato per sempre da Dio, in quanto ha rifiutato Cristo come Messia e lo ha, addirittura. crocifisso, e quello che sostiene l'elezione permanente di Israele, intesa come una sorta di "corsia preferenziale" per ereditare le promesse, a prescindere dalla propria condizione spirituale.

L'epistola ai Romani, al capitolo 11, ci restituisce una visione equilibrata delle cose. L'apostolo Paolo, infatti, ci ricorda che Dio ha, sì, rigettato Israele per la sua disubbidienza, ma gli ha anche promesso di suscitare un residuo a cui concedere la salvezza (vv. 1-5). I gentili vengono ammoniti a non insuperbirsi verso Israele, in quanto è stata la debolezza di Israele a concedere loro l'ammissione alla grazia, e sarà la loro pienezza a favorire la riammissione alla grazia di Israele (vv. 11-15). L'ulivo selvatico (i gentili) è stato innestato nell'ulivo domestico (gli Israeliti), v. 24. "Poiché Dio ha rinchiuso tutti nella disubbidienza, per far misericordia a tutti", v. 32.

Paolo, cioè, mette gli Israeliti e i gentili sullo stesso piano: non conta la storia o la provenienza di ciascun popolo, ma solo il residuo dei salvati, a cui è concessa la stessa misericordia. Non è, quindi, accettabile, la tesi di coloro che si spingono, addirittura, a sostenere che tutti gli Israeliti saranno salvati, manipolando il seguente versetto: "e così tutto Israele sarà salvato come sta scritto: «Il liberatore verrà da Sion, e rimuoverà l'empietà da Giacobbe. E questo sarà il mio patto con loro, quando io avrò tolto via i loro peccati»", vv. 26-27.

Infatti, come vedremo al punto 3, il termine "Israele" si riferisce a tutta la progenie spirituale di Abramo, che include Israeliti e non. In questo capitolo dei Romani, Paolo parla di un residuo di salvati, come anticipato in Rm 9:27: "Ma Isaia esclama riguardo a Israele: «Anche se il numero dei figli d'Israele fosse come la sabbia del mare, solo il residuo sarà salvato»".

3. Le promesse di Dio sono riservate solo ai Suoi figli: non a coloro che si ritengono tali per nascita, ma a quelli che lo diventano per fede.

Si osservi quanto afferma Paolo nei seguenti passi, che abbiamo voluto mettere in evidenza perché riteniamo di un'importanza cruciale:

Rm 9:6-8: "non tutti quelli che sono d'Israele sono Israele. E neppure perché sono progenie di Abrahamo sono tutti figli; ma: «In Isacco ti sarà nominata una progenie». Cioè, non i figli della carne sono figli di Dio, ma i figli della promessa sono considerati come progenie".

Ga 3:6-7: "Così Abrahamo «credette a Dio, e ciò gli fu messo in conto di giustizia»; sappiate pure che coloro che sono dalla fede sono figli di Abrahamo".

• Ga 3:28-29: "non c'è né Giudeo né Greco, non c'è né schiavo né libero, non c'è né maschio né femmina, perché tutti siete uno in Cristo Gesù. Ora, se siete di Cristo, siete dunque progenie d'Abrahamo ed eredi secondo la promessa".

• Rm 2:28: "Infatti il Giudeo non è colui che appare tale all'esterno, e la circoncisione non è quella visibile nella carne; ma Giudeo è colui che lo è interiormente, e la circoncisione è quella del cuore, nello spirito, e non nella lettera".

Se ci fosse ancora bisogno di commenti, appare fin troppo evidente che la condizione di Israelita viene collegata a un'esperienza spirituale sincera, indipendentemente dall'etnia. Gesù stesso disse di Nathanaele: "Ecco un vero Israelita nel quale non c'è inganno" (Gv 1:47).

Come abbiamo visto in Galati 3:29, l'essere vera progenie di Abrahamo comporta il diritto di ereditare le promesse: ma quali promesse?

4. La ricompensa per i figli di Dio è uguale per tutti e non consiste in beni materiali, ma in beni spirituali del Regno.

La parabola degli operai dell'ultima ora (Mt 20:1-16) non lascia spazio a dubbi: per quanto a qualcuno possa sembrare ingiusto, la ricompensa per i servi di Cristo di ogni tempo è sempre la stessa.

E in cosa consiste questa ricompensa? In beni materiali?

Assolutamente no. I brani riportati di seguito ci illustrano che Gesù è venuto a stabilire un regno spirituale, e non terreno; siamo stati chiamati a far morire le opere della carne e a praticare la pace "in un sol corpo", perchè la nostra cittadinanza è nei cieli.

At 14:20-21: "E, dopo aver evangelizzato quella città e fatto molti discepoli, se ne ritornarono a Listra, a Iconio e ad Antiochia, confermando gli animi dei discepoli e esortandoli a perseverare nella fede, e dicendo che attraverso molte afflizioni dobbiamo entrare nel regno di Dio".

• Col 3:1-15: "Se dunque siete risuscitati con Cristo, cercate le cose di lassù, dove Cristo è seduto alla destra di Dio. Abbiate in mente le cose di lassù, non quelle che sono sulla terra, perché voi siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio (…). Fate dunque morire le vostre membra che sono sulla terra: fornicazione, impurità, passioni, desideri cattivi e avidità, che è idolatria; per queste cose l'ira di Dio viene sui figli della disubbidienza, fra cui un tempo camminaste anche voi, quando vivevate in esse. Ma ora deponete anche voi tutte queste cose: ira, collera, cattiveria (…). Qui non c'è più Greco e Giudeo, circonciso e incirconciso, barbaro e Scita, servo e libero, ma Cristo è tutto e in tutti (…). E sopra tutte queste cose, rivestitevi dell'amore, che è il vincolo della perfezione. E la pace di Dio, alla quale siete stati chiamati in un sol corpo, regni nei vostri cuori".

• Fl 3:20: "La nostra cittadinanza infatti è nei cieli, da dove aspettiamo pure il Salvatore, il Signor Gesù Cristo".

È plausibile, dunque, pensare che agli Israeliti tocchi qualcosa in più oltre alle cose celesti, nello specifico la terra?

Il passo più strumentalizzato per sostenere l'eredità terrena degli Israeliti è Isaia 65:9: "Io farò uscire da Giacobbe una progenie e da Giuda un erede dei miei monti; i miei eletti possederanno il paese e i miei servi vi abiteranno". Se, però, leggiamo anche il Salmo 37, al v. 29 scopriamo che "i giusti erediteranno la terra e godranno abbondanza di pace": l'eredità, quindi, è destinata ai "giusti", e non a una singola etnia, e il possesso della terra è associato ad "abbondanza di pace".

Come si può giustificare, dunque, una guerra finalizzata al possesso della terra? Qualsiasi cosa rappresenti la terra, non può che trattarsi di una terra spirituale!

Si leggano, a tal proposito, i seguenti versi: "Infatti la promessa di essere erede del mondo non fu fatta ad Abrahamo e alla sua progenie mediante la legge, ma attraverso la giustizia della fede. Poiché se sono eredi quelli che sono della legge, la fede è resa vana e la promessa è annullata, perché la legge produce ira; infatti dove non c'è legge, non vi è neppure trasgressione. Perciò l'eredità è per fede; in tal modo essa è per grazia, affinché la promessa sia assicurata a tutta la progenie, non solamente a quella che è dalla legge, ma anche a quella che deriva dalla fede di Abrahamo", Rm 4:13-16. Qui Paolo conferma che:

- La promessa è di ereditare il mondo, non un singolo pezzo di terra.

- La promessa si ottiene per fede, e non per la legge.

- La promessa è per tutta la progenie di Abrahamo che attua la fede, sia la progenie carnale che quella spirituale.

Urge, a questo punto, un chiarimento circa il famoso argomento della terra contesa perché abitata dai due discendenti di Abrahamo, Isacco e Ismaele, l'ultimo dei quali non previsto nel piano perfetto di Dio; gli Ismaeliti, secondo questa supposizione, sarebbero, ancora oggi, una spina nel fianco dei fratellastri, discendenti di Isacco.

In Genesi 15:18-21, Dio promette alla discendenza di Abrahamo il territorio che va dal Nilo all'Eufrate; successivamente, al v. 12, promette ad Agar, madre di Ismaele, di fare anche di lui un popolo numerosissimo che "abiterà di fronte ai suoi fratelli", da Avila a Sur (Ge 25:18), un territorio che corrisponde alla penisola arabica.

Attenzione. Un conto è il patto, che il Signore ha stabilito solo con i discendenti di Isacco (Ge 17:19), un conto è la terra, che Egli ha assegnato a tutta la discendenza di Abrahamo (ricordiamo che, nella discendenza di Abrahamo, non ci sono solo gli Ismaeliti, ma anche i figli avuti da Chetura, la donna sposata dopo la morte di Sara, Ge 25:1-4).

Dunque, se ci fermiamo al livello letterale, quella terra non è stata destinata ai soli discendenti di Isacco, ma anche a tutti gli altri discendenti di Abrahamo (come abbiamo letto al punto 4, però, si tratta di una discendenza spirituale e di una terra spirituale).

Il problema dell'attuale conflitto non è nell'insufficienza della terra, ma piuttosto nella natura delle popolazioni che vi abitano: di Ismaele (Arabi) Dio rivela che "è come un asino selvatico (...); la sua mano sarà contro tutti, e la mano di tutti contro di lui" (Ge 16:12); degli Ebrei Paolo afferma, citando i profeti: "Infatti il cuore di questo popolo si è indurito, e sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi (...)" (At 28:27).

In altre parole, manca Cristo nei cuori.

Ognuno di noi nasce con una natura peccaminosa e imperfetta; la soluzione, però, esiste, e l'ha provveduta Dio stesso: Cristo. Egli può cambiare il cuore di pietra in cuore di carne.

5. Il cristiano è contro le liti, le fazioni e le opere della carne in generale.

"Or io dico: Camminate secondo lo Spirito e non adempirete i desideri della carne; la carne, infatti, ha desideri contrari allo Spirito, e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; e queste cose sono opposte l'una all'altra, cosicché voi non fate quel che vorreste" (Ga 5:16).

Se crediamo davvero che Cristo sia il principe della pace, dobbiamo avere il coraggio di praticare questa realtà e di prendere posizione contro la guerra e l'omicidio, con la stessa naturalezza con cui diciamo "no" all'aborto. Il fatto che, secoli fa, il Signore avesse ordinato agli Israeliti lo sterminio dei Cananei non significa che Israele sia autorizzato a sterminare in modo perpetuo: la conquista di Canaan era stata decretata per un tempo, ed aveva una ragione spirituale, che oggi, per noi, rappresenta la vittoria della fede sul peccato e sull'idolatria. Non altro.

6. Conclusioni necessarie

C'è solo una via d'uscita per Israeliani e Palestinesi, ed è piegare le ginocchia a Cristo. Per quanto possa dispiacere, tutto ciò che sta accadendo è solo la conseguenza della ribellione del cuore e della disobbedienza alla Parola di Dio, e non avrà fine fino a quando non subentrerà un serio ravvedimento da entrambe le parti. Allora "tutto Israele sarà salvato" (Rm 11.26), e cioè sia il residuo israelita che quello palestinese.

Evitiamo di parteggiare, contaminandoci con pensieri e parole che contristano lo Spirito Santo e che disonorano il Vangelo, e preghiamo "per la pace di Gerusalemme" (Sal 122:6), sapendo che non possiamo pregare per la pace altrui se non abbiamo pensieri di pace in noi.

Dio ci benedica!


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